Jean Genet raccontato da Andrea Cramarossa

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Ogni volta che si indaga la prosa di Genet si sa di andare a tastare un argomento scottante e scomodo, proprio come lo scrittore, poeta e commediografo francese. Personaggio sui generis, ladro, omosessuale, tossicomane e vagabondo, più volte è finito in carcere fino a rischiare l’ergastolo, amato come autore e respinto per la sua condotta personale. Ma inevitabilmente ci si accorge poi che la sua arte, la sua grandezza stanno proprio nella diversità, nel voler essere a tutti i costi sé stesso contro tutto e contro tutti fino alla (auto)emarginazione.

Un “poeta maledetto” del ‘900, amico di Sartre, Matisse, Simone de Beauvoir: una personalità ambigua e intrigante che non può che affascinare e catturare l’interesse di chi del teatro vuol fare anche uno strumento di denuncia, di chi nel teatro vuole tentare catarsi ed esorcismi di varia natura. Ed è questa la strada seguita da Andrea Cramarossa, regista barese di talento, che si è immedesimato nel personaggio Genet per recitarne la biografia, e soprattutto per rendergli omaggio con una drammaturgia originale che fa del simbolismo uno dei suoi punti di forza. Nasce così “Il fiore del mio Genet” , uno spettacolo che esplora “i bassifondi dell’anima”. Inserito nel progetto di ricerca “La lingua degli insetti – Cofanetto 6: Farfalle” e già allestito a novembre scorso, è stato rappresentato allo Spazio Tertulliano di Milano per tornare nello scorso week end al Teatro Duse di Bari.

Cramarossa interpreta con spirito di solidarietà quella trasgressione, intesa come forma d’arte votata alla dissacrazione: il senso profondo di disagio, di ribellione contro ogni struttura (pre)costituita di autoritarismo sociale e politico; il rifiuto totale di ogni conformismo consolidato, alla ricerca di una identità “altra” ma autentica e coerente, col rischio consapevole di andare incontro all’autodistruzione; l’eterno conflitto con la realtà circostante per evitare ogni possibilità di contaminazione. E’ questo il mondo di Genet che il regista ha voluto commemorare nella sua pièce, ricorrendo ai temi più cari e ricorrenti nelle opere dell’autore francese.

I simbolismi sono tanti e non sempre facili da decifrare. Gli uccelli, per esempio, in apertura, ideali di libertà, libertà che viene repressa nel carcere dove due malviventi (gli attori Federico Gobbi e Domenico Piscopo) si trovano a dividere la cella: sono vestiti da marinai, i prediletti da Genet. E la piccola processione con una piccola statua di Madonna, forse la “Notre Dame des fleurs” (titolo di un famoso romanzo nonché soprannome di uno dei suoi personaggi), è quella ricerca di spiritualità dalla quale i due si sentono tagliati fuori. Sono a lì a raccontarsi mentre il tempo scorre lento brutalmente, come loro sono brutali nelle loro espressioni, nella loro afasia.

“Anche se non sempre belli, gli uomini votati al male possiedono le virtù virili” scrive Genet; “C’è bisogno di questa vita sporca!” aggiunge Cramarossa. Emergono così tratti di malavita, di prostituzione, di omosessualità per una difesa degli oppressi, ma anche per una giustificazione logico-sociale che prelude al riscatto. L’azione salvifica non potrà aver luogo nel consesso civile. I due galeotti si trasformano e si travestono con abiti femminili: la trasgressione diventa così fuga da una identità negata e negativa, alla ricerca di nuove dimensioni umane possibili. E mentre constatano la loro condanna e affermano la loro innocenza il tempo inesorabile li fa invecchiare, perché “la morte sa ridere beffarda!”

Finalmente sul fondo si apre una parete celeste con un davanzale di fiori e ceri accesi: è la libertà che solo la morte può dare, come evasione definitiva dalle ingratitudini della vita. I due carcerati non sono che vittime sacrificali delle ipocrisie nelle quali, spesso inconsapevolmente, per abitudine ogni giorno ci dibattiamo.

Intensa e vissuta l’interpretazione di Gobbi e Piscopo, calati nelle parti con profonda e meditata convinzione; accurata la regia, che predilige una scena sobria per esaltare gestualità e testi. Grande attenzione è dedicata alle musiche, dalle canzoni napoletane di Maria Nazionale (il kitsch musicale associato alla malavita?) a “Le condamnè a mort” dello stesso Genet sulle note di Andrè Almuro, e “Je suis malade” cantata da Lara Fabian.

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