Altamura, la Calzoleria Cannito ferma il tempo

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Il principe di Cenerentola aveva un grosso problema, non riusciva a trovare la donna d’amare e da portare sull’altare perché, c’era una bellissima scarpetta preziosa che, non calzava perfettamente a nessuna fanciulla. E s’è vero che la grazia è insita nella perfezione di ognuno di noi, nella autenticità delle nostre forme, come ci si può piegare ad un Mondo che corre sempre più verso la standardizzazione?

Una domanda che ci siamo posti quando abbiamo deciso di intervistare Mario Cannito, un ragazzo classe 1988, spigliato e con gli occhi vispi, che, in controtendenza con una intera generazione, ha deciso di intraprendere un’attività imprenditoriale da giovanissimo, con un mestiere antichissimo.

Residente ad Altamura in provincia di Bari, gestisce una bottega da Calzolaio in Via Caserta 12, maneggia cuoio, pelli, tinte, suole, ecc. Mentre tutto si smaterializza e si trasforma in digitale, il suo “touch screen” lo fa sui tessuti.

Mario, come fa un giovane ad avvicinarsi ad un mestiere tanto antico e desueto?

“Da piccolissimo ho cominciato da barbiere, ma già a 12 anni la mia strada si incrociò con quella di un Artigiano, anch’esso calzolaio, che mi insegnò l’arte e l’amore per il mestiere. All’epoca lo facevo per la paghetta, per avere una piccola indipendenza, specie nei periodi estivi in cui ero libero da impegni scolastici. Forse non c’è una spiegazione sul piano logico, diciamo semplicemente che nella vita, con fortuna e tenacia, puoi abbracciare il tuo destino e non fartelo sfuggire”.

In “Una moglie bellissima” di Pieraccioni, si fa una battuta: “(S)carpe Diem! Perché sbagliare scarpa, l’è un attimo!” Immagino che non sia stato facile, specie con i coetanei.

“Sì, mi prendevano anche in giro. Poi io guadagnavo una miseria, ho passato anni ad apprendere le dinamiche e le tecniche di questo lavoro, senza vederci un ritorno immediato. Ci vuole passione, non c’è nulla di meccanico, robotico, di alienante. Questa attività la puoi fare solo se sei dotato di creatività, di ingegno, spesso le soluzioni devi inventartele”.

A che età ti sei messo in proprio?

“A 22 anni, con l’aiuto dei miei genitori che hanno creduto nel progetto. E pensa, i miei fratelli che lavoravano nel settore del salotto, dopo che hanno conosciuto la crisi, si sono avvicinati a me e adesso mi aiutano nella gestione. Loro sono più grandi di me, però ho insegnato io il mestiere. Sono soddisfazioni, no? Da un anno circa abbiamo aperto anche a Bari (Zona Japigia), dopo indagini di mercato e “fame” di offerta. Perché ragazzi, botteghe non ce ne sono più!”

In effetti, non se ne sentono molte di storie così. Ma che tipo di clientela si affaccia da un calzolaio?

“Oh beh, intercettiamo tutte le fasce di età, considera che noi non lavoriamo soltanto con la “scarpa” in senso stretto. Si fanno aggiustamenti, riparazioni, prendiamo un modello standard e lo rendiamo compatibile con il piede del nostro cliente. Spesso si hanno problemi con la merce che compriamo, perché non veste esattamente come vorremmo. Noi mettiamo al centro la persona, e facciamo sì che siano le cose e non gli uomini, ad adattarsi”.

Ho però la sensazione che nel corso degli anni si sia persa la tendenza ad aggiustare le cose. Il ciclo di vita di scarpe, giacche, giubbotti, ecc, si è accorciato. Oggi si butta e si ricompra, o no?

“Era vero, prima della crisi. Si è invertita la rotta con la recessione economica, la gente è di nuovo attenta al risparmio, alla conservazione, alla “promozione” di qualcosa di vetusto, rimettendola a nuovo. Anche se, devo dire, il commercio di bassa qualità cinese ha devastato questo settore”.

Senti ma un calzolaio, cosa fa?

“Oltre a quello inteso nel nome? Tutto! Noi maneggiamo borse, pelli, tinteggiamo giubbotti, ti faccio un esempio. Una volta ho avuto un cliente che mi portò uno specchio, aveva bisogno di “riprendere a riflettere”, e allora lo abbiamo foderato tutto in cuoio, abbiamo creato una soluzione, non l’abbiamo inseguita.

Questo è un lavoro che si sta perdendo, però nuotando nel mare della professionalità ho capito che bisogna sempre evolvere, infatti ho deciso nel prossimo futuro di specializzarmi anche nella realizzazione di scarpe fatte a mano, su misura. Non frequento molti corsi di formazione, non ho fatto scuole particolari, io il mestiere lo vivo sul campo, imparo mettendo le mani sul prodotto.

Non mi sono chiuso in uno spazio di comfort, metto la curiosità tipica dei giovani affianco alla buona lena della tradizione”.

Immagino avrai clienti che ti raccontano dei figli parcheggiati a Scuola, nelle Università, nei Master…

“Beh si, molti mi ammirano… Ma in fondo cos’ho fatto di speciale? Ho creduto in un progetto che è diventato la mia missione e l’ho coltivato. Ci perdiamo in mille rivoli, corriamo dietro affannandoci a titoli senza sostanza, e poi restiamo a casa a guardare la tv. Io non ho aspettato di poter appendere una pergamena in cameretta, mi sono costruito la mia rotta.

A livello Istituzionale, a livello politico, non esistiamo. Non ci guarda nessuno. L’artigianato è messo all’angolo. Però nella realtà del quotidiano mi vengono a trovare da tantissime zone limitrofe, più o meno lontane, perché quando hai bisogno, un uomo del mestiere non lo trovi.

Ho servito anche dei negozi che non riuscivano a piazzare della merce, l’abbiamo “raddrizzata”, e la scarpa è servita!

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