Bari, il San Nicola, gli stranieri, i farlocchi e i jet privati (ma low cost)

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Il 2009 fu un anno eccezionale a livello sportivo: Usain Bolt stabilì il record mondiale di corsa sui cento metri con un tempo sotto i dieci secondi e il Bari allenato da Antonio Conte risalì in serie A dopo 8 anni di militanza nel campionato cadetto. I fifosi in delirio invasero le strade, raggianti e festosi come non accadeva da tempo immemorabile e, come al solito, cominciarono i sogni di gloria che comprendevano una campagna acquisti stellare. Sogni, appunto, perché era l’unica cosa che si poteva fare data la famosa attitudine della dinastia Matarrese ad acquistare giocatori che a malapena finivano sugli album della Panini. Ma un lampo squarcio il cielo di San Nicola, una luce accecante baluginò sulla città portando scompiglio e incredulità: il Bari aveva trovato un nuovo acquirente! Memore delle tranvate prese negli anni precedenti da  pseudo monegaschi, russi e arabi, i tifosi pensarono all’ennesima bufala buona solo per far due chiacchiere a Pane e Pomodoro mentre si decideva se rischiare la salmonellosi facendo il bagno. Quando tutto sembrava risolversi nell’ennesima ciarlata, il nome di Tim Barton cominciò a riecheggiare dal canalone a Torre a mare, accompagnato da un dubbio legittimo: chi cacchio è Tim Barton? Non Burton come il regista o Richard, Barton con la A, tipo gli attori che recitavano nei film western all’amatriciana che cambiavano il nome da Aristide Buzziconi in James Brandon. Vabbè, pensarono i baresi, chissenefrega come si chiama, basta che “cuss tene le terris!”. Le illazioni presero forma: Tim è texano, è miliardario, è un petroliere, è a capo di una holding immobiliare, non capisce un cavolo di calcio ma vuole investire in Puglia costruendo resorts e impianti fotovoltaici. Insomma, mica i Matarrese che si erano fatti buttar giù Punta Perotti! Questo è uno che “c’ha la palta gonfia!”. Ed eccolo finalmente sbarcare a Bari, accompagnato da un antiquario cittadino con la fissa delle mediazioni finanziarie, subito accolto in comune dal sindaco Michelone Emiliano, pronto a farsi fotografare a pranzo nei migliori ristoranti della città e in tribuna d’onore allo stadio. I tifosi impazziscono di gioia ed eleggono Tim il loro salvatore, tanto da accoglierlo in tremila quando arriva all’aeroporto di Bari il giorno del suo compleanno, rigorosamente con il suo jet privato.

Tanto privato che gli addetti alla manutenzione lo cercarono invano su tutte le piste e gli hangar, fino a rendersi conto che il buon Tim viaggiava rigorosamente in low-cost. Ok, ‘sti miliardari sono strani, più soldi hanno e meno ne vogliono spendere…

Insomma, mentre gli ultras cantavano a squarciagola un maccheronico “Appi birdei Tim!”, il texano elargiva sguardi commossi e promesse di sganciare tonnellate di dollari. Quando, dopo qualche settimana, sembrò sparire nel nulla, alcuni giornali (la leggenda narra imbeccati da una confidenza sussurrata di Emiliano, che scemo non è, in cui dubitava della solidità di Barton) cominciarono a cercarlo in Texas. Venne fuori che l’ammerrigano non era un clone di J.R. anche se veniva da Dallas, che viveva in un semplice condominio vista sterpaglie e roulotte di sfrattati e che l’unico rapporto che aveva con il petrolio era quando faceva benzina, rigorosamente self-service che costa di meno. A Bari qualcuno la prese come una barzelletta, altri con rabbia. Matarrese, incredulò, continuò a rimanere al timone della società suo malgrado, continuando a sorbirsi gli insulti di una parte della tifoseria. I cinque anni seguenti videro degli emuli di Barton, ma senza la stessa pompa magna, alternarsi per qualche settimana al vertice di ipotetiche trattative, fino a quando arrivò il cavaliere senza macchia e senza paura a risollevare le sorti della società.

Sulla carta.

Quel Gianluca Paparesta, ex arbitro famoso per un piccolo incidente con la porta del cesso di uno stadio, bello alto e atletico si mise a capo di una cordata composta da ancora non si sa bene chi e assunse il controllo del Bari Calcio. Nonostante i vertici fossero rimasti avvolti in una nuvola di mistero, nonostante non si sapesse da dove arrivassero i soldi, Bari accolse l’avvicendamento al vertice con felicità: ovviamente, perché se Paparesta si fosse tirato indietro all’ultimo secondo tutti sapevano dove potevano andare a prelevarlo… Neanche due anni dopo, i soldi scarseggiano come i successi calcistici della società, ergo urge una ricapitalizzazione. In parole povere, servono le terris. Gianluca prova a chiedere a Lotito come fare, Lotito chiede a Tare come deve fare Gianluca e Tare risponde che non gliene frega nulla, né a lui né ai suoi amici in Albania.

Quando tutto sembra andare storto, un faro illumina le tenebrose acque su cui naviga il Bari, un po’ come San Nicola che salvò i marinai in mezzo al mare. Dalla lontana Malesia si affaccia Datò Noordin, imprenditore famosissimo sul pianerottolo di casa sua. Il moro arriva in città e sa benissimo che deve conquistare il cuore dei cittadini, segnati da anni di fregature e mal disposti a tollerare un ennesimo bidone. Ma quando Datò si fa fotografare con il sindaco di turno, Decaro, con tanto di strette di mano nelle sale del comune, la situazione sembra volgere verso un lieto fine. Non si parla di altro, del come si chiama il nuovo futuro presidente, di come si scrive il suo nome, se è un tipo a posto e non tarocco come le mele Uascington della piazza. Noordin si palesa allo stadio, mangia frutti di mare crudi nei migliori ristoranti della città, viene accolto da cori entusiastici dai tifosi. Insomma, un film già visto. Ma la sceneggiatura prevede un colpo di scena di quelli che fanno saltare dalla sedia: quel “In cinque anni porterò il Bari in Champions League!” fa tremare i polsi. Colin U Sgubbat comincia a pensare a Ronaldo o Messi in biancorosso, Giuann Malacarne chiede un prestito ad una finanziaria per comprare l’abbonamento in curva nord. Datò Noordin ha le idee chiare e su questo nessuno ha alcun dubbio. Tramite il suo avvocato le trattative avanzano a spron battuto, Paparesta garantisce che i soldi stanno arrivando, che gli accordi sono fatti, che tutto andrà per il meglio.

E tutto è andato, si, soprattutto Noordin.

Le avvisaglie ci sono state quando qualcuno ha pensato “ma ci jè stu Noordin?” e ha cominciato a chiedere in giro per la Malesia qualche informazione. Arrivando addirittura a scomodare l’ambasciatore italiano in Malesia che, candidamente, ammette che non l’ha mai visto o sentito nominare. In patria fanno spallucce e domandano “ma siete sicuri che sia di queste parti?”. Non che fosse una novità per Bari, ma questo ha davvero preso tutti per i fondelli a regola d’arte.

Perchè nel primo giorno dell’assemblea per la ricapitalizzazione, Paparesta si presenta senza il becco di un quattrino e gli animi cominciano a scaldarsi. Le rassicurazioni si sprecano, come la pazienza dei tifosi. E anche del socio di minoranza Giancaspro che, pure lui non uno scemo come Emiliano, aveva capito che ‘sto Noordin era come Totò che vendeva la fontana di Trevi ai turisti. Aspetta e tira la corda, i soldi non arrivano. Paparesta esce di scena definitivamente, Giancaspro entra e fine della storia.

Le notizie raccontano di un passo indietro del malese dovuto all’ingerenza di troppe persone. Ovvio, se sei uno con le pezze al culo e ti spacci per un magnate è normale che l’Interpol comincia a farti paura. Tonnellate di carte stilate e firmate buttate alle ortiche, come le promesse. Perchè una considerazione è d’obbligo farla: San Nicola sarà anche amante dei forestieri, ma “le cart so amanti delle sciim”.

In memoria di Vincenzo Matarrese, che tanto fu criticato ma gli stipendi li pagava.

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