Biologico: tutti ne parlano, tutti lo cercano, ma quanti lo scelgono consapevolmente?

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Il consumo dei prodotti biologici non è sempre sinonimo di conoscenza e consapevolezza, anzi, spesso le mode e la cattiva informazione impediscono di perseguire delle buone pratiche anche nella scelta di un bene primario qual è il cibo. Abbiamo chiesto a Maria Desiante, imprenditrice di agricoltura biologica qui in Puglia, di aiutarci a chiarire un po’ le idee.

Cos’è “il biologico”?

“Biologico” è una forma di agricoltura sostenibile perché tutela la terra, conservandola, non forzandola, lasciandola reagire naturalmente ai cambiamenti imposti dalla Natura e dall’Uomo. Si protegge la terra perché, facendolo, proteggiamo l’ambiente, il benessere degli animali e lo sviluppo rurale e quindi, considerando che siamo parte di questo ecosistema, tuteliamo noi stessi.

Biologico sì, biologico no. Qual è la differenza tra i due?

Il prodotto biologico segue il Regolamento della Comunità Europea 834 del 2007 ed ogni operatore del biologico deve rispettarne le disposizioni descritte. Come ci racconta questo documento, gli elementi essenziali della produzione biologica vegetale sono la gestione della fertilità del suolo, la scelta delle specie e delle varietà, la rotazione pluriennale delle colture, il riciclaggio delle materie organiche e le tecniche colturali. Si dovrebbe ricorrere all’aggiunta di concimi, ammendanti e prodotti fitosanitari soltanto se compatibili con gli obiettivi e i principi dell’agricoltura biologica. Ciò che si ottiene da metodologie di coltivazione non convenzionali è sottoposto ad ispezioni ed analisi per poi essere certificato ed ottenere il marchio. È importante sottolineare che, anche dopo la certificazione, la responsabilità penale rimane a noi produttori. La disciplina sul biologico coinvolge l’intera filiera dal campo al confezionamento, compresa l’etichettatura – regolamentata al fine di informare il consumatore quanto più possibile – altrimenti niente marchio.

Punto sicuramente cruciale è la differenza tra agricoltura convenzionale ed agricoltura biologica che si riassume nel mancato o estremamente limitato utilizzo di sostanze artificiali, sintetiche. Qual è il suo caso?

Io personalmente non ne adopero assolutamente. Se il mio raccolto subisce un attacco fungino ricorro allo zolfo, alla propoli; non concimo con nitrati ma mi servo di concime di materia organica – un esempio potrebbero essere i compostati – o di origine animale, derivanti da specifici allevamenti che posseggono una scheda tecnica che attesti che lo stabilimento in questione non usi addensanti, conservanti o additivi.

Come si fa a trasformare un terreno di agricoltura convenzionale in un substrato pronto per il biologico?

Questo è un problema che ho dovuto affrontare personalmente all’inizio della mia avventura in quanto mio padre seguiva le metodologie convenzionali per il grano. Per ottenere una materia prima bio a partire da un terreno convenzionale la normativa prevede due anni di conversione, la transizione dall’agricoltura non biologica a quella biologica entro un determinato periodo di tempo, durante il quale sono applicate le disposizioni relative alla produzione biologica. In questi due anni si ottiene un prodotto in conversione che, però, non è venduto come materia prima con marchio biologico. Tutto ciò è documentato e segnalato alla Regione e agli organismi di controllo che saranno sempre a conoscenza delle semine coltivate per quel determinato anno e delle loro caratteristiche.

Arriviamo all’annosa questione: perché un prodotto biologico costa di più di uno proveniente da agricoltura convenzionale?

È un problema di mancato introito: io, rispetto alla gestione delle coltivazioni di mio padre, produco la metà poiché le piante, non aiutate con sostanze di sintesi, dovranno lottare di più portando così ad una resa minore. Una cosa è curare un raffreddore solo con la propoli, un altro è prendere un’aspirina! Per capirci: mentre mio padre riusciva a raccogliere 40 quintali di materia prima per ettaro, io arrivo a 20-25 quintali per ettaro. Quindi, se il prezzo non fosse più alto, non potrei sopravvivere economicamente. Inoltre noi produttori di biologico paghiamo di tasca nostra l’organismo di controllo e quindi le varie ispezioni e analisi per la certificazione. Alla fine, in passato, la terra è stata sfruttata al massimo a discapito dell’ambiente ed il nostro diventa uno sforzo necessario per un mondo migliore. Io penso fermamente che questa battaglia vada vinta.

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