Tiziana Ghiglioni al Teatro Forma con “Chunga’s Revenge”

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Tiziana Ghiglioni

Chunga’s Revenge è il terzo disco a proprio nome di Frank Zappa (senza le Mothers of Invention) e una delle migliori composizioni del chitarrista americano, ma per Roberto Ottaviano quel titolo è un modo “per rivendicare un suono che sta scomparendo”. Con questa idea il sassofonista barese, ha fatto presto a mettere insieme un gruppo di amici con i quali ha collaborato vivendo a Milano quell’atmosfera ricca di fermenti degli anni ’80: incontri e intrecci di linguaggi sonori “di grande creatività, pur nella loro diversità”. I musicisti che venivano maggiormente seguiti e studiati in quel periodo erano Archie Shepp e Ornette Coleman, maestri del free, Steve Lacy e Mal Waldron. Fra gli altri con Ottaviano c’erano il batterista Tiziano Tononi, uno dei fondatori dell’Italian Instabile Orchestra, e il sassofonista Daniele Cavallanti, ai quali si è aggiunta, nel gruppo Nexus, Silvia Bolognesi al contrabbasso. Su tutti la voce splendida di Tiziana Ghiglioni, la “First Lady” del jazz italiano.

La Ghiglioni è vocalist della scuola milanese del maestro Gaslini: scelse il jazz dopo aver ascoltato un concerto di Shepp e il suo free: “Il jazz è una delle musiche più quadrate che esiste – ha dichiarato in una intervista – dove se non sei preciso non puoi scatenarti nella più fantasiosa delle imprecisioni.” E pur essendo una cantante, a dimostrazione delle sua onestà intellettuale, ha anche affermato che “nel jazz basta il suono e a volta non c’è bisogno della parola”. Per completare le citazioni riteniamo doveroso riportarne ancora una, di Arrigo Polillo questa volta, che definisce Tiziana in maniera inconfondibile: “Lei canta jazz per davvero, con voce duttile, con profonda sensibilità di strumentista, con sofisticata musicalità e sentimento.”

Il concerto è stato organizzato da “Nel gioco del jazz” sul palcoscenico del Teatro Forma, ed ha avuto tutto il sapore di una rimpatriata fra amici di lunga data, di quelli che anziché lasciarsi accomunare dal momento conviviale hanno preferito “ritrovarsi” attraverso la comunicazione musicale. Stesse passioni, stessi sentimenti, su una lunghezza d’onda che li unisce e li fa viaggiare insieme anche su distanze diverse. Più o meno coetanei. Si riscopre così la vecchia intesa, non solo quella che caratterizza tutta la famiglia dei jazzisti, a tutto vantaggio dei momenti di improvvisazione.

Si comincia con la splendida “Art deco” di Don Cherry e la Ghiglioni apre con la sua voce, sempre fedele ad un percorso di ricerca molto vicino alla sperimentazione. Si passa al free-jazz di Ornette Coleman (“Round Trip”) in cui la Bolognesi sembra aggredire il contrabbasso. Ed ecco le atmosfere calde e rilassate di Mal Waldron con “Soul Eyes” e “A Time for Duke”. Tiziana usa la voce in forma strumentale, misurandosi alla pari con gli altri musicisti, mettendosi in gioco; fa spesso ricorso allo “scat” e se duetta con la batteria di Tononi si capisce perché quando canta lei tacciono il sax soprano di Ottaviano e il tenore di Cavallanti. Come in “Crucificado” di Burrell, puro concentrato di magie ed emozioni.

Si va avanti con composizioni di Waldron soprattutto, e da qualche parte ci scappa anche l’inserimento di “Amazing Grace”, furba e intelligente iniziativa del solito Ottaviano, sempre perfetto nel tenere a lungo le note alte.

Il bis è la “Peace” di Coleman, lunga quanto basta per un bis, articolata quanto basta per dosare gli equilibri, con assolo e duetti di sax e un gran lavoro di contrabbasso e batteria.

Penso che a tutto il pubblico barese piacerebbe sentire più spesso la Ghiglioni, se fosse possibile, anche se impegnata come docente al Conservatorio di Rovigo.

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