Con Rava e Hirabayashi al Forma, il jazz non ha confini

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Spesso musicisti d’oltreoceano quando vengono a suonare in Italia anzichè portarsi a seguito la loro band si fanno accompagnare dai nostri migliori musicisti. Ne nasce una esperienza che è scambio ed arricchimento reciproco. Questa volta lo ha fatto Enrico Rava quando si è recato lo scorso anno in Giappone per le celebrazioni dei 150 anni di relazioni fra Giappone e Italia: lì ha suonato in quartetto con jazzisti locali. In questo modo ha avuto la possibilità di conoscere la pianista Makiko Hirabayashi, ed è nato un artistico colpo di fulmine. E lui che ormai ha doti da talent scout, che adora il pianoforte e i pianisti (Bollani prima e ora Guidi), non ha indugiato a proporre a Makiko un tour in Italia. Tour che è finito nel mirino di Roberto Ottaviano, direttore artistico di “Nel gioco del jazz”, il quale non si è lasciato sfuggire la ghiotta occasione di fissare una tappa a Bari al Teatro Forma. Risposta del pubblico: teatro sold out da almeno una settimana prima della data del concerto. Una fiducia che è stata ripagata con uno dei migliori concerti di quest’anno.

Nella sua presentazione critica al pubblico Ottaviano ha parlato della sua amicizia con Rava, lunga di 40 anni, e delle “sue composizioni popolate di personaggi ambigui come quelli che animano i romanzi noir o fluttuano in un mondo in bianco e nero, lasciando ampio spazio alla nostra immaginazione”.

Enrico Rava, triestino classe 1939, è partito dalle influenze di Chet Baker e Miles Davis per approdare a uno stile di grande personalità che fa di lui uno dei migliori e più accreditati trombettisti a livello mondiale. E ciò anche grazie ad una esperienza accumulata in giro nei cinque continenti, soprattutto in Argentina e a New York. Importante la sua partecipazione nella Jazz Composer’s Orchestra alla registrazione di “Escalator Over the Hill”, opera jazz del 1971 composta da Carla Bley e Paul Haynes.

Makiko Hirabayashi è musicista cosmopolita, attratta dalla musica in tenera età. Ha studiato al Berklee College of Music di Boston e ha pubblicato sei dischi a proprio nome. Attualmente vive in Danimarca. I suoi interessi musicali sono vari, ma la sua strada ha preso la direzione del jazz.

Dall’incontro professionale è nata una felice intesa, “telepatica” la definisce Rava, che si è tutta dispiegata sulla scena: da una parte le sonorità calde e liriche del trombettista, dall’altra la sensibilità squisita venata di reminiscenze orientali della pianista. Rava, che per tutto il concerto ha suonato solo il filicorno, ha un fraseggio semplice ed espressivo, lontano da fronzoli ed orpelli, e incurante delle convenzioni. Anche le sue composizioni non sono strutturate in maniera complessa, ma mantengono un rigore costante. La sua espressività rimane sempre schietta e diretta. E la Hirabayashi è perfetta nell’assecondarlo, mostrando una grande affinità e concedendosi poche divagazioni: quando le fa la sintonia si fa piena e inappuntabile.

Vario il repertorio, spaziando da composizioni originali a classici: la iniziale “Interiors” ricca di fascino, “Infant” tratta dall’ultimo cd “Wild Dance” (2015) come “Cornette”, per arrivare a “Secrets” e alla tormentata “Algir Dalbughi” passando per “Theme for Jessica”, omaggio alla moglie Livia. Da non dimenticare “Certi angoli segreti”, altro cavallo di battaglia, e da sottolineare in assoluto la struggente “Tears for Neda”, dedicato a una ragazza uccisa nell’inferno di Teheran, “Portrait in black and white”, scritta da Tom Jobim e suonata da Chet Baker, e la sublime “Lulù Rouge” di Billie Holiday, con una magistrale introduzione al pianoforte di vago sapore orientale.

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