Curarsi con il cibo: medicina o semplicemente buona abitudine?

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È di qualche giorno fa la notizia riguardante uno studio condotto dal Laboratorio di Scienze mediche dell’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa intitolato “Barley-derived (1.3) beta-D-glucans promotes angiogenesis involving histone H4 acetylation in human endothelial cells and zebrafish under oxidative microenvironment”, finanziato dalla Granoro. La ricerca dimostra che l’orzo, contenuto anche in alcuni dei prodotti della famosa azienda pugliese, grazie ai betaglucani – degli zuccheri complessi – in esso contenuti promuoverebbe, almeno a livello di test in vitro e contatto diretto con cellule, l’angiogenesi ossia lo sviluppo di nuovi vasi sanguigni. La Granoro ed i ricercatori coinvolti ritengono che questo processo potrebbe risultare molto utile nella cura delle persone soggette a problemi cardiovascolari in quanto, dopo un infarto, i vasi compromessi potrebbero essere sostituiti. Potremmo quindi parlare di pasta Granoro come un “alimento nutraceutico”?

Di nutraceutica e alimenti funzionali si parla ormai da qualche anno ma spesso non è chiaro il loro obiettivo e quale sia il confine tra cura e prevenzione attraverso l’alimentazione. Cogliamo quindi l’occasione per capirne un po’ di più.

L’attenzione verso gli effetti del cibo sulla salute deriva dall’innalzamento dell’aspettativa di vita: stiamo assistendo ad un incremento delle malattie croniche legate all’età quali le patologie cardiovascolari, neurodegenerative, diabete di tipo II e numerose tipologie di cancro che sono, in parte, anche legate al regime alimentare. Ciò ha incoraggiato numerose organizzazioni che si occupano di salute a raccomandare l’assunzione di frutta e verdura per poter migliorare il proprio stato di salute e ritardare il manifestarsi delle suddette malattie.

Gli studi epidemiologici – ricerche che si occupano della comprensione del come si diffonde una patologia – si sono concentrati su di un ristretto numero di sostanze presenti nella dieta che, allo stato dei fatti, manifesterebbero i loro benefici dopo un consumo regolare della durata di decenni per poter essere avvertiti.

Ma come introdurre queste sostanze nel nostro organismo? Le vie sono due. La prima è quella dei prodotti nutraceutici, supplementi alimentari, pillole, capsule, granuli e simili che contengono in forma concentrata un presunto agente bioattivo – che agisce su di un organismo vivente o tessuto biologico – di un cibo, utilizzato con dosaggi che superano quelli che possono essere ottenuti dai normali alimenti. La seconda via è quella degli alimenti funzionali, quelli che, consumati regolarmente, conferiscono un beneficio che va al di là delle loro proprietà “meramente” nutrizionali, effetto che però deve essere provato scientificamente.

Dal punto di vista legislativo – ci riferiamo al regolamento CE N. 1924/2006 – sappiamo che “Una dieta varia ed equilibrata è una premessa necessaria per una buona salute e i singoli prodotti hanno un’importanza relativa nel contesto generale del regime alimentare. Inoltre, la dieta è uno dei tanti fattori che influenzano l’insorgere di determinate malattie umane. Altri fattori, come l’età, la predisposizione genetica, il livello dell’attività fisica, il consumo di tabacco e altre sostanze che provocano assuefazione, l’esposizione ambientale e lo stress possono influenzare l’insorgere delle malattie. Pertanto, l’apposizione di indicazioni riguardanti la riduzione di un rischio di malattia dovrebbe essere sottoposta a condizioni specifiche”. È quindi il consumo all’interno di un’alimentazione regolare ed uno stile di vita controllato che danno luogo ad un reale vantaggio proveniente dall’alimento.

Considerando che nello stesso regolamento il termine “nutraceutica” non è contemplato, veniamo a sapere che la dicitura “indicazioni sulla salute” e “indicazioni relative alla riduzione di un rischio di malattia” su di una etichetta ci raccontano che vi è un rapporto tra un alimento o uno dei suoi componenti e la salute e che il consumo di un alimento o di uno dei suoi componenti riduce significativamente un fattore di rischio di sviluppo di una malattia umana. Queste indicazioni possono essere date solo basandosi su dati scientifici accertati che possano essere vagliati dalle autorità competenti.

Lo studio sopra citato è un primo passo, sicuramente importante, per arrivare al legame tra consumo di orzo e malattie cardiovascolari. Un primo passo in quanto questi studi sono svolti dapprima in laboratorio, adoperando direttamente cellule e molecole. Seguiranno altre tipologie di test, per arrivare alla comprensione dell’effetto che queste sostanze possono avere su di una macchina complessa qual è il corpo umano.

Questo cosa significa? Nel nostro caso che la pasta è un alimento salutare da inserire nelle giuste dosi nella nostra dieta e che, mangiando un bel piatto di orecchiette, potremo anche pensare di porre le basi per doverci preoccupare del nostro cuore il più tardi possibile.

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