De Luca, il Batman italiano

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Vincenzo De Luca è un uomo politico che mi suscita simpatia. Forse l’unico nell’universo PD non posato in qualche salotto del pensiero radical chic. De Luca suona come un petardo in Chiesa nella sfera del politicamente corretto. E’ spesso irriverente, violento verbalmente, sopra le righe, ironico sino alla punta affilata del coltello elettorale.

Non ha mai risparmiato nessuno, dalla “bambolina” Raggi alla “signorina” Rosy Bindi, ricalcando una avversione antropologica in stile Berlusconi per taluni sepolcri imbiancati della morale. E’ anticonformista per DNA, per storia, uno abituato a ricercare il consenso sul territorio: “A Salerno pure le pietre mi votano”, agilissimo in una delle regioni più complesse e disastrate al mondo, la Campania.

Nel culto napoletano non ci sono mezze misure, le bufale o sono squisite come mozzarelle o sono l’epitaffio con cui si chiudono i tanti fuochi di paglia che la Regione ci ha regalato. E Vincenzo, di origine lucana (nomen omen), pare avere apprezzato prima di tutto il culto culinario.

Infatti è a tavola che si apparecchia l’ultima, tra le tante, inchieste o procedimenti o indagini in cui è stato coinvolto il Presidente della Regione Campania. Istigazione al voto di scambio, per alcune frasi incriminate: “Dovete curare una clientela organizzata, scientifica, razionale come Cristo comanda.” E ancora: “Vedi tu come Madonna devi fare, offri una frittura di pesce, portali sulle barche, sugli yacht, fai come cazzo vuoi tu, ma non venire qui con un voto in meno di quelli che hai promesso.”

Ed è proprio sulla frittura di pesce che si schianta l’inchiesta giudiziaria. L’unico grande round della campagna per il Sì, non si è giocato sul merito della riforma ma appunto, sulla tenuta degli apparati. In molti hanno giocato questa partita, De Luca ne è stato solo il riflesso più brillante.

Bisogna andarci piano coi reati di opinione. Come la legge Mancino-Scelba, come la legge sull’omofobia, le discriminazioni divengono la discriminante del pensiero unico. E’ un attimo che le maglie delle censura fagocitano tutto ciò che non è condiviso, che non è usuale affermare, che non è conformista ribadire. Una idea non si carcera, si smantella – se si è capaci – con le controdeduzioni, con la logica, con la passione, con gli ideali, con il buon senso collettivo.

Gli elettori non sono pesci all’amo, e comunque se decidono di abboccare, perché condannare il pescatore? Se c’è un corpo elettorale che svende il proprio voto per gamberi e cozze, è colpa di De Luca?

Alle cene elettorali non si accompagnano col fucile i commensali, se il prezzo del loro voto è incluso nella cena è affare loro. Strana questa morale per cui si condanna il padrone di casa e non le centinaia di persone accorse.

Ce lo insegna l’economia, è la domanda a creare l’offerta. Se esiste qualcuno disposto a pagarvi la cena per il voto, è perché voi siete disposti a cedere la vostra rappresentanza in cambio della paranza. Semplice no? Parrebbe di sì, ma si finge di non vedere.

E’ un meccanismo perverso in cui il giudice si inceppa nei meccanismi della morale, e va a finire che si blocca un Paese per la corruzione, come è successo a Roma con le Olimpiadi. E allora che si vietino per legge i rapporti sessuali per prevenire la diffusione dell’HIV, si chiudano i pub per prevenire l’obesità, si mettano fuori legge le enoteche perché qualcuno si ubriaca, e potremmo proseguire all’infinito.

La censura è una signora andata troppo in avanti con l’età e col cinismo, una bocca di Rosa alla De André con i fianchi del non consentito sempre più larghi e pericolosi.

La vicenda di De Luca mi ricorda il massacro di Aurora, la strage avvenuta in un cinema del Colorado nel 2012. Un ragazzo di 24 anni aprì il fuoco uccidendo 12 persone e ferendone 58 al grido: “Io sono Joker”, stava impersonando l’arci-nemico di Batman alla prima de “Il cavaliere oscuro – Il Ritorno”, con tanto di costume. Immaginate se anziché arrestare questo folle, avessero processato e carcerato il regista del film, per istigazione.

Il dittatore cinese Mao Zedong affermò: “Colpirne uno, per educarne cento.” Siamo arrivati al suo opposto: “Colpirne cento, per educarne uno.”

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