Il premio Di Vagno agli autori del progetto su socialdemocrazie e ostilità verso gli immigrati

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Migranti, integrazione, risorse, opportunità, problema, Mediterraneo, Europa. Tutti termini che riempiono le cronache degli ultimi anni e che richiedono attenta riflessione sia per evitare le facili banalizzazioni delle prese di posizione aprioristiche, sia per poter davvero risolvere e gestire nel migliore dei modi un fenomeno come quello migratorio che è di portata enorme e non può che trovare risposte al di qua e al di là del Mar Mediterraneo, con una serie di politiche attive.

Ecco allora che assume ancora maggiore importanza il Premio nazionale di ricerca “Giuseppe Di Vagno”, istituito con la legge n.86 del 15/6/2015, giunto quest’anno alla sua seconda edizione e che lo scorso fine settimana a Conversano è stato assegnato a Eugenio Levi (coordinatore del progetto), Rama Dasi MarianiMelissa Mongiardo per la ricerca e il progetto su Socialdemocrazie e ostilità nei confronti degli immigrati. Fallimento delle politiche d’integrazione o distorsione mediale?

Un progetto completto che si si propone di indagare le cause della crescente ostilità nei confronti degli immigrati in Europa, assumendo in particolare quale tema centrale quello della oggettiva difficoltà di comunicazione dei partiti socialdemocratici di fronte al problema migratorio, in una fase in cui essi appaiono con ogni evidenza incerti tra fedeltà valoriali e logiche elettoralistiche.

“Il progetto è ben articolato – si legge nella motivazione del premio – e proficuamente interdisciplinare, perché imperniato sulla feconda interconnessione tra studiosi provenienti da diverse ma altrettanto valide esperienze di studio.  Sorretto da un convincente taglio metodologico, si avvale della puntuale individuazione delle fonti cui attingere per pervenire ai risultati prefissati”.

Una tematica impegnativa che racconta dei cambiamenti nel e del nostro Paese, COME evidenziati nel Dossier Statistico Immigrazione 2017 curato dal Centro studi e ricerche IDOS.

Il dossier 2017 racconta come, tra le altre cose, da Paese-corridoio per raggiungere il Nord Europa, l’Italia si stia trasformando sempre più in un Paese-destinazione: sono ben 14 milioni i potenziali migranti diretti verso l’Italia, mentre i residenti stranieri con permesso di lungo periodo sono ormai la stragrande maggioranza (63%).

Numericamente, gli immigrati stranieri in Italia (5.359.000 persone) e gli italiani all’estero (5.383.199) oramai si equivalgono.

Solo nel 2015 gli occupati stranieri hanno prodotto una ricchezza di 127 miliardi di euro, vale a dire l’8,8% del Pil, ed hanno dichiarato in media redditi di 11.752 euro annui a testa, pari a un totale di 27,3 miliardi di euro.

Un dato che va accostato alla capacità contributiva, come sottolineato dal presidente dell’Inps Tito Boeri, che ammonta a 3,2 miliardi annui.

Insomma, dati e numeri che devono far riflettere e far superare quella “visione emotiva” della questione, dettata esclusivamente dall’emergenza degli sbarchi.

In questa ottica si inserisce il senso del progetto portato avanti dai tre giovani ricercatori under 35 (nella foto da sinistra Melissa Mongiardo, Rama Dasi Mariani ed Eugenio Levi).

Abbiamo rivolto ad Eugenio Levi, responsabile del progetto, alcune domande per capire meglio quali sono le tematiche e i problemi che verranno affrontati e quali sono le risposte cercate.

Parliamo di migranti, ma per la politica sono una risorsa o un peso?

“Attualmente la nostra impressione è che in particolar modo la socialdemocrazia oscilli fra una visione più legata ai suoi valori storici, e quindi con una forte idea di accoglienza dell’immigrazione e dei rifugiati politici, ed invece il voler seguire l’elettorato con sensazioni che invece prefigurano l’idea che l’immigrato sia un problema”.

Non è un problema soltanto italiano, ma europeo. Ma esiste una risposta unica europea al problema? E come si può arrivare a far convivere le varie anime dell’Europa nel dare una risposta alle grida di aiuto provenienti da Sud del Mediterraneo?

“La situazione com’è noto è quella di parziale stallo. Si è approvato, in Europa, un piano di riallocazione degli immigrati fra i vari Paesi che dovrebbe, almeno in parte, superare il trattato di Dublino. Però sappiamo che questo piano sta procedendo molto a rilento. Non c’è un dibattito in corso in maniera esplicita sul riaprire il capitolo del trattato di Dublino in quanto tale”.

Lei ritiene che sia necessario?

“Se è necessario e in che misura questo sia necessario? E’ una domanda complessa. In parte vorremmo anche indagare questo argomento nel nostro progetto di ricerca. Uno degli aspetti che noi vogliamo cercare di capire, per l’appunto, è quanto l’ostilità nei confronti degli immigrati sia legata ad un problema di intolleranza delle popolazioni locali e quanto, invece, non sia un problema legato alla capacità di assorbimento dei territori. Se questa ultima situazione fosse la risposta, allora capisce che la riallocazione in Europa tra gli Stati, ed all’interno degli Stati tra le Regioni diverrebbe cruciale”.

Integrazione come centro del vostro progetto, a partire dalla scuola. Ci spiega meglio questo aspetto?

“Da una parte noi pensiamo che sia necessario studiare l’efficacia delle politiche di integrazione, e la scuola è il primo terreno su cui studiare questa efficacia. E’ il terreno anche più delicato perchè produce effetti sul lunghissimo periodo. Dall’altra parte vi è una prima evidenza sul fatto che uno dei problemi nell’integrazione degli stranieri risiede nel fatto che le aspettative sui redditi potrebbero essere più basse rispetto a quelle dei nativi. E qui chiaramente quello che bisogna indagare è se questo denota un fallimento delle politiche di integrazione ed al tempo stesso una causa al fatto che le politiche stiano, almeno in parte, fallendo”.

Quanto è importante per voi aver vinto il premio Di Vagno?

“Noi siamo molto soddisfatti e ringraziamo la giuria. In primo luogo è il riconoscimento personale e della validità del progetto che abbiamo presentato. Questo riconoscimento ora ci permetterà di metterlo in pratica con la realizzazione di una pluralità di approcci metodologici. Verranno sviluppate analisi empiriche, raccolti dati attraverso questionari, verranno estrapolati dati dall’ultimo censimento. Inoltre utilizzeremo metodologie tipiche delle scienze sociali con azioni sul campo e testuali, ma anche nuove metodologie dell’economie sperimentali. Con questo studio potremo trovare risposte rispetto ad alcuni aspetti di questo problema. Certo, non pretendiamo dare tutte le risposte rispetto alla questione dell’ostilità nei confronti degli immigrati, ma vogliamo provare a darne alcune. Ci interesseremo maggiormente delle politiche dell’integrazione e del ruolo delle narrazioni politiche e dei media nell’influenzare l’ostilità nei confronti dell’immigrazione”.

Un ultima domanda. Ma secondo lei da dove parte questa ostilità?

“Beh, io da ricercatore non posso pretendere di avere una risposta. E’ una domanda su cui ci sono tante ricerche in giro per l’Europa. Come persona che studia questi argomenti l’idea che mi sono fatto è che concorrano tanti aspetti, e che in particolare c’è un ruolo decisivo delle narrazioni politiche e dei media nello stimolare questa ostilità, che ha particolarmente successo soprattutto quando c’è una politica debole in questi ambiti”.

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