Il dramma degli emigrati pugliesi in Belgio: la tragedia di Marcinelle

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Nel corso della sua storia, la Puglia ha mostrato spesso una doppia faccia.
Da un lato è stata terra di accoglienza e di immigrati, rifugio per gli ebrei durante le persecuzioni, crocevia di popoli e culture; dall’altro, è stata terra di un’emigrazione dolorosa.
La trama di questa storia racconta soprattutto di tutti quegli uomini e quelle donne che, nel secondo dopoguerra, emigrarono dalla nostra Regione alla ricerca di un lavoro dignitoso.
E’ una vicenda fatta di drammi e sacrifici, nella quale i nostri concittadini vennero spesso considerati clandestini, proprio come i profughi che oggi arrivano in Puglia.
Si trattava di una massa di gente nient’affatto trascurabile se, per raccontarla attraverso i numeri, oggi sono più di 80 milioni i discendenti di emigrati italiani nel mondo e circa centomila i pugliesi nella sola Germania.
Fu proprio l’Europa centro settentrionale, infatti, la meta prediletta di questi flussi migratori. Le cifre dell’esodo verso il Belgio, la Svizzera, la Francia e la Germania appaiono impressionanti.
E, dalla Francia al Belgio, dalla Svizzera alla Germania, fino al piccolo Granducato del Lussemburgo, sono stati tantissimi i pugliesi emigrati che poi hanno dato un significativo contributo alla ricostruzione e al benessere dell’Europa nel secondo dopoguerra.
Del resto, non è un mistero che a partire fossero spesso i migliori e i più validi.
Lasciavano la propria terra, inseguendo il sogno di una nuova vita, alimentando la speranza di far fortuna altrove: i più anziani incoraggiavano i più giovani e spiegavano loro che peggio di come si stava nei propri paesi non si poteva stare.
Naturalmente non si trattò di una emigrazione facile: la storia ci racconta di veri e propri drammi, come la tragedia di Mattmark, in Svizzera, dove una parte del ghiacciaio dell’Allalin si staccò improvvisamente, provocando una valanga che travolse le baracche di alloggio degli operai che stavano costruendo una diga sul lago a 2120 metri di altezza.
La scelta più difficile, però, fu senz’altro quella del lavoro nelle miniere del Belgio.
Dopo un viaggio di 2000 chilometri, i nostri emigrati arrivavano a Liegi, con un contratto in tasca presso le miniere Bonjour o Bois du Cazier.
Nel giro di 24 ore si trovavano immersi a 1300 metri di profondità: nessuno di loro aveva cognizione di cosa significasse scendere nelle budella della terra, per lavorare in cunicoli dove bisognava stare curvi o inginocchiati tutto il giorno.
Dormivamo in baracche, dove il freddo e la miseria si aggiungevano alle pessime condizioni igieniche.
La legge non consentiva di tenere con sé i figli e, spesso, gli operai erano costretti ad affidare i propri a famiglie che erano lontane anche molti chilometri.
Per molti anni, trovare un appartamento che potesse ospitare tutta la famiglia fu impossibile, perchè le case non si affittavano agli italiani.
Fu nelle miniere di Marcinelle, che, l’8 agosto 1956, si registrò la tragedia più grande.
All’inizio sembrò solo un banale incidente: un carrello della miniera di carbon fossile del Bois du Cazier, fuoriuscito dalle guide, si schiantò su cavi elettrici ad alta tensione privi di griglia protettiva. Ma l’incendio che ne scaturì, in un pozzo a 975 metri di profondità, si propagò immediatamente in tutte le gallerie, facendo scattare la trappola mortale: 274 minatori del turno 6-14, il primo della giornata, rimasero imprigionati nelle viscere della terra.
Solo 13 di loro ne uscirono vivi, per gli altri 262 le operazioni di salvataggio furono inutili.
Più della metà dei minatori deceduti tra i fumi e i gas tossici erano italiani. Di questi, 22 erano pugliesi e provenivano soprattutto dalla provincia di Lecce.
La tragedia di Marcinelle divenne subito uno spartiacque tra il “prima” e il “dopo”: lo Stato italiano, sull’onda della commozione e della rabbia popolare, decise di mettere fine al protocollo bilaterale del 1946 che facilitava i viaggi dei disoccupati italiani in Belgio; e anche i belgi presero per la prima volta coscienza del dramma dei minatori, considerati fino ad allora “merce da lavoro“.
Dopo la catastrofe, anche la CECA e la Comunità Europea cominciarono ad attivarsi per migliorare gli standard di sicurezza nei settori industriali a rischio. Da lì venne la spinta ad approvare regolamenti, direttive e raccomandazioni sulla protezione dei lavoratori più esposti, sulle condizione minime a loro tutela e, in generale, sul diritto del lavoro.
Marcinelle divenne il simbolo del sacrificio di tutti gli emigranti italiani.
Per onorare e ricordare i nostri emigranti, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nel maggio 2005, decretò, su proposta del ministro dell’Interno, il conferimento della medaglia d’oro al Merito Civile ai 136 minatori italiani morti nella miniera.

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Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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