Ebola, istruzioni per l’uso

0

È il 1976. Nel villaggio di Yambuku, nello Zaire – ora Repubblica Democratica del Congo – sulle sponde del fiume Ebola, quasi 300 persone morirono di una malattia terribile e misteriosa che lasciava i loro corpi madidi di sangue. Fu allora che il mondo fece la conoscenza di un nuovo virus a cui fu dato il nome del fiume sulla cui sponda si manifestò: Ebola.

Altre 23 volte il virus ha ucciso nel cuore dell’Africa, colpendo piccoli villaggi lungo la fascia equatoriale, mietendo le sue vittime per poi esaurirsi rapidamente. Ora però le cose sembrano diverse. Perché?

Per comprenderlo bisogna capire meglio le caratteristiche del virus. Ebola è un virus filamentoso, tanto che si parla di filovirus ed ha bisogno di un ospite per sopravvivere e replicarsi, cioè riprodursi. La predilezione è per i primati, ossia le scimmie e l’uomo. Inoltre, non è del tutto dimostrato, ma è probabile che alcuni pipistrelli della frutta, solo molto lontanamente imparentati con i nostri, possano essere dei serbatoi del virus, cioè organismi che contengono il virus ma che non si ammalano.

Ebola penetra nella sue vittime attraverso le mucose – ad esempio la parte interna della bocca o del naso – o sfruttando ferite, anche piccole, della pelle e, una volta introdotto, può diffondersi in tutto l’organismo, andando ad insediarsi in alcuni globuli bianchi del sangue, nelle cellule del fegato e della milza ed in quelli che sono i rivestimenti esterni degli organi. Le cellule colpite vengono rapidamente danneggiate, e questo, a sua volta, provocherà danni agli organi colpiti, in particolare il fegato, che sarà progressivamente distrutto e non potrà più produrre le sostanze che regolano la coagulazione del sangue. La persona ammalata presenterà, così, gravi emorragie interne le quali peggioreranno un quadro clinico già preoccupante.

Quindi nelle prime fasi della malattia il pazienta manifesterà febbre alta, dolori muscolari e malessere generale e, una volta che il virus si sarà diffuso in tutto l’organismo, accuserà diarrea profusa, nausea, vomito, dolori addominali, fortissimi mal di testa e stato confusionale. A questo punto potrà iniziare il sanguinamento e, nelle ultime fasi, arriverà il coma e poi la morte. In caso di guarigione, il virus può persistere nell’organismo ed, in particolare nei testicoli, fino a 7 settimane. Finora, in quasi tutte le epidemie di Ebola sono deceduti dall’80 al 100% degli ammalati.

Tuttavia, un’epidemia non è uguale all’altra, perché un virus non è uguale all’altro. Esistono diverse specie di Ebola: la più letale è Ebola Zaire, mentre Ebola Reston sembra colpire soltanto le scimmie. In questi mesi la specie che sta imperversando è proprio Ebola Zaire ma sembra avere un comportamento atipico in quanto mortale “solo” nel 50% dei casi. È possibile che questo, paradossalmente, possa contribuire alla sua maggiore diffusione: forse una minore virulenza ha fatto sì che i sopravvissuti potessero continuare, sia pure per breve tempo, a diffondere il male. Il contagio, infatti, avviene attraverso i fluidi corporei degli ammalati ossia il loro sangue, la saliva, le urine o il liquido seminale. Fortunatamente non è talmente resistente da riuscire a diffondersi per via aerea e questo limita la trasmissione soltanto verso coloro che sono a stretto contatto con gli ammalati, ponendo fortemente a rischio soprattutto gli operatori sanitari. Qualche tempo fa si ipotizzò che Ebola Reston, la specie non patogena per l’uomo che fu individuata tra gruppi di scimmie da laboratorio utilizzate a Washington e nella nostra Siena all’inizio degli anni ’90, potesse diffondersi anche attraverso l’aria ma ciò non è stato mai confermato.

Tutto questo implica che non si debba abbassare la guardia, né farsi prendere da inutili allarmismi. Il contagio avviene solo quando si è a stretto contatto con una persona ammalata o che è stata recentemente ammalata di Ebola e sembra non esistano casi di infezione asintomatica, in cui non si sviluppa malattia ma potrebbe comunque esserci rischio di contagio. Il paziente è contagioso solo al manifestarsi del morbo. In un Paese come il nostro, quindi, l’infezione potrebbe giungere solo attraverso una persona che sia stata a contatto con il virus in tempi relativamente recenti. Sicuramente non è il caso degli immigrati clandestini: coloro che giungono in Italia dai paesi dell’Africa Occidentale, in cui l’epidemia è più violenta, devono attraversare il deserto del Sahara, cosa impensabile per chiunque non sia in condizioni di salute più che buone. Sembra più opportuno, invece, che vi siano controlli portali ed aeroportuali per individuare potenziali vittime del virus nei primi stadi.

Tali controlli sono stati fortemente caldeggiati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che raccomanda immediati controlli medici per quei passeggeri che manifestino sintomi di malattia durante il viaggio. L’Oms, inoltre, punta molto sulla consapevolezza di tutti i viaggiatori riguardo la malattia, in particolare si richiede, a chi proviene da nazioni potenzialmente a rischio, di seguire le più semplici norme igieniche e di sottoporsi a controlli nel caso si accusino sintomi, anche aspecifici.

È questo il modo migliore per evitare che il virus penetri e circoli nel nostro Paese, e, nello stesso tempo, per prevenire un nemico altrettanto insidioso: il panico.

Condividi

Nessun commento

Commenta l'articolo