Le elezioni politiche del 1924 e i riflessi del delitto Matteotti in Puglia di Mario Gianfrate

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La storia maestra di vita è l’eco che risuona in ogni riga del testo di Mario Gianfrate, Le elezioni politiche del 1924 e i riflessi del delitto Matteotti in Puglia, saggio storico politico, ma non solo.

Nella enumerazioni degli eventi che caratterizzarono quella triste pagina della storia d’Italia, l’autore,  con dovizia di particolari supportati da fonti illustrate dell’epoca presenti nelle ultime pagine del testo,  non lesina al lettore nomi e cognomi di coloro che, nel bivio della loro esistenza, scelsero di lottare e combattere per la libertà mettendo a repentaglio la loro vita e, purtroppo,  di coloro che avvinti nelle maglie della ferocia barbarie si abbandonarono ad un destino di sangue che ancora oggi grida giustizia.

Dal suo scranno Matteotti denuncia i sbrogli elettorali e discredita la famigerata legge Acerbo che prevedeva un sistema maggioritario misto, infatti,  consentì anche alle minoranze di entrare in Parlamento sebbene, consegnasse i due terzi  dei seggi a chi avesse ottenuto solo il 25% dei voti. Le parole del deputato socialista fanno tremare le fragili fondamenta su cui si reggeva il governo Mussolini all’alba della sua vittoria di Pirro, egli, non solo denunciava, ma proponeva un programma politico innovativo che prevedeva la risoluzione del conflitto di classe, non già con la violenza, come i comunisti dell’epoca auspicavano, bensì con un accordo tra padroni ed operai con l’ausilio di strumenti pacifici, accorpando intorno al tavolo delle riforme tutte le istituzioni democratiche.

Un programma siffatto era senza dubbio la   pietra miliare della moderna concertazione, realizzazione concreta di quel socialismo riformista sempre tanto decantato, ma mai attuato da alcuno. Mussolini capisce bene l’efficacia operativa di tal disegno e la disfatta che avrebbe comportato per i  suoi programmi autoritari così, decide di far eliminare Matteotti . Seguirono al delitto gravi ripercussioni in Puglia dove venne impedito di far propaganda antifascista in ogni modo, per strada non era possibile neanche leggere il Mondo o L’Avanti!, nè raccogliere un volantino inneggiante all’auspicio di un diverso status quo politico. La recrudescenza della violenza vide vittime principali non solo gente comune, ma anche e, soprattutto, esponenti di spicco della minoranza politica parlamentare:  socialisti, comunisti, repubblicani. Il seme che muore si sa porta però il suo frutto e, fu così che  l’ardore democratico per un progresso  umanamente possibile, non morirono con chi ne incarnava il disegno, quel  10 giugno del 1924, ma continuarono a vivere fino ad arrivare  ancora oggi in chi, in sordina, nella sua bottega, nella sua azienda, nelle sue faccende casalinghe, sul suo banco di scuola, in cattedra, sotto il sole cocente della campagna, spera ancora che una economia a misura d’uomo sia possibile, senza diventare schiavi della legge del più forte, senza cedere alle lusinghe del facile progresso e alla crudele giungla competitiva.

La storia, ancora una volta, grazie anche al testo di Mario Gianfrate ci dona ancora occhi nuovi  per poter guardare ad un futuro in cui c’è ancora posto per la lealtà e la giustizia.

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