Emergency Exit, giovani italiani all’estero alla ricerca della normalità perduta

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Uno struggente pugno nello stomaco, dedicato non solo ai fanatici dell’autocommiserazione ma anche a chi, ancora oggi, crede ad un’Italia in diritto di difendere il proprio illusorio benessere da quanti arrivano nel nostro Paese alla ricerca di una vita più dignitosa, ignari dell’anima tetra nascosta sotto i cieli nostrani. Emergency Exit – young Italians abroad non è solo un documentario dedicato ai giovani italiani che hanno preferito meritocrazia e “normalità” al di là dei nostri confini, ma una preziosa testimonianza dell’inesorabile “abbandono della nave che cola a picco” di un’intera generazione, stanca dell’immobilismo, dell’auto-tutela dei soliti noti e del gattopardismo esasperato.

Se Girlfriend in a Coma, il documentario realizzato nel 2012 da Bill Emmott e Annalisa Piras, racconta il declino italiano sin dalle sue viscere – delle quali il geniale e tortuoso Pozzo di San Patrizio di Orvieto è giusta metafora -, Emergency Exit tratteggia il dramma di un Paese allo sbando con le parole di chi, con un triste arrivederci a tempo indeterminato, preferisce rifugiarsi all’estero semplicemente per “cercare una vita normale. non necessariamente una grande carriera”, come spiega Brunella Filì, giovane regista pugliese, insignita del premio come miglior documentario al Madrid International Film Festival.

Il documentario lascia allo spettatore il compito di indagare, cercare  “i colpevoli” ed immaginarne il finale: cosa c’è al di là del metaforico trampolino che accompagna l’ultima dissolvenza del documentario? Alla regista, piuttosto, interessa focalizzarsi sulla narrazione. “Ho voluto raccontare una storia, senza necessariamente indagare sulle cause – spiega Brunella – Nelle 14 voci, fra le tante, che nessuno ha mai osato interrogare – prosegue – intravvedo un unico protagonista, un’intera generazione a cui non si è data alcuna certezza o stabilità”-

La fuga dei cervelli non è che la punta dell’iceberg. Accanto alle eccellenze non riconosciute, sono tanti gli italiani che vanno all’estero per cercare quella normalità – un lavoro stabile, la prospettiva di una casa, una famiglia – che nel Bel Paese gli viene negata. Se nel percorso di vita che ha portato a Londra  Patrizia e Chiara – alcune delle voci presenti nel documentario – c’è il sogno di lavorare nell’ambito per cui si è duramente studiato, nella quotidianità norvegese di Marco c’è l’orgoglio di essersi riscoperto pescivendolo a pochi chilometri dal circolo polare artico, con regolare assunzione e con contributi pagati.

Negli occhi di tutti i protagonisti di Emergency Exit aleggia, nonostante tutto, la malinconia per una vita sradicata dal proprio universo natio. Peccato che, alla silenziosa speranza che accomuna tutte le esperienze raccontate nel documentario – tornerò un giorno in Italia? –  la miglior risposta sembra essere quella dell’ex Premier Mario Monti, all’inizio della pellicola: un lungo ed imbarazzante silenzio.

Voglia di narrarsi che accomuna molti giovani italiani all’estero, forse per esorcizzare malinconie e difficoltà, da cui il progetto Emergency Exit ha tratto nuovi spunti per la produzione di una Web serie finanziata dal programma Principi Attivi, presto disponibile online come appendice al documentario.

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Laureato in Scienze della comunicazione, vive una condizione mentale-lavorativa a suo dire schizofrenica: cerca con insistenza di unire in un’unica professionalità il suo amore per il web e la scrittura. Ama la Puglia e per questo, nonostante le difficoltà ha deciso di restare qui.

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