Il fattore F, il populismo ed il razzismo ai tempi dei social

0

“Vacci piano, mi raccomando” è ciò che mi consiglia il direttore di questa testata ogni volta che gli propongo un articolo su un argomento spinoso, magari qualcosa che tirerebbe fuori il peggio del peggio da un brutto soggetto come il sottoscritto.

Allora, appena comincio la stesura del pezzo, tiro un bel sospiro e provo ad edulcorare certi concetti, cercando di esprimere un’opinione senza dare direttamente dello stronzo a qualcuno. Perché un quotidiano non è un bar dove si sorseggia un caffè a bancone e si sputano sentenze condite di turpiloquio senza motivazioni e spiegazioni. Nel teorico, un editorialista commenta degli avvenimenti esprimendo la propria opinione, magari alzando un po’ i toni o ricorrendo al sarcasmo, ma tenendo ben a mente che il suo pensiero deve essere motivato per quanto soggettivo. Se il lettore condivide o no fa parte del confronto “civile” che si sviluppa successivamente nei commenti in calce o sui social network.

Resta il fatto che se scappa un commento più “duro” e volgarotto, la faccia, il nome e il cognome del colpevole fa bella mostra in cima all’articolo incriminato e chi si sente  chiamato in causa può percorrere le vie che ritiene necessarie per confutare qualsiasi tesi espressa, ben sapendo a chi deve indirizzare i propri strali o quelli del suo avvocato.

Esempio: se io scrivo che Mister X è un idiota, Mister X legge chi sono e si regola di conseguenza. Notate una piccola differenza tra un editoriale e un commento su un social network? Già, l’editorialista non gode dell’anonimato e si assume ogni responsabilità, a differenza dei codardi che si celano dietro nickname fantasiosi per vomitare insulti a chichessia.

Se non vi è chiaro ancora il concetto, vuol dire che la storia di Filippo Facci non vi ha insegnato nulla.

Perchè essere sospeso dall’Ordine dei Giornalisti (una specie di tribunale dell’inquisizione gestito da decerebrati che, ogni tanto, si ricordano di esistere e sparano qualche cazzata) per aver espresso una propria opinione è un atto di censura degno delle peggiori dittature. Non per nulla è stato istituito durante il fascismo e, nel 2017, ce lo ritroviamo ancora tra le scatole. Anacronistico, non vi pare?

Ma il bello deve ancora venire. Il cattivo Facci, che non è stato mai uno che ci è andato giù leggero quando qualcosa non gli quadrava, è stato sospeso per due mesi per commenti “razzisti”. E vabbè, penserete, siamo tutti figli dello stesso cielo e roba varia, il razzismo è una piaga che va debellata, dobbiamo aiutare chiunque, nessuno deve essere abbandonato. Tutte belle frasi, concetti lodevoli che tiriamo fuori quando si rovescia un  barcone carico di gente che affoga o quando il corpicino di un bimbo viene fotografato mentre giace cadavere su una spiaggia. Perchè la pornografia del dolore ci spinge e prendere posizione mentre ce ne fottiamo allegramente se Boko Aram rapisce delle studentesse per plagiarle e violentarle (almeno fino a quando un tg ne parla per riempire un buco di 90 secondi, solo allora ritorniamo buoni cristiani indignati).

Ma Facci ha scritto “Odio l’Islam, odio gli islamici, odio i loro culi sul marciapiede, odio quello che fanno alle loro donne” e così via, nel suo stile e senza risparmiare uno sputo sul credo islamico. Una religione, mica una razza. Di razzismo, nemmeno l’ombra. E tanto basta per capire il grado di ignoranza calcolabile negli uffici dei capoccioni della Sacra Rota dei giornalisti. A cui devi essere iscritto dopo aver superato un esame che non serve a nulla ma che ti rilascia il tesserino per… essere giornalista.

La questione non è quanto Facci possa essere antipatico, stupido, bastian contrario. Non è se abbia usato le pagine di un giornale per esprimere delle opinioni su una lite nel suo condominio o su come sua moglie sbagli a cucinare l’amatriciana. No, l’argomento è di quelli forti, duri, maledettamente attuali. E spogliamoci per un istante del perbenismo e del moralismo che indossiamo quando commentiamo certi avvenimenti in pubblico, perché dobbiamo ammetterlo: o noi o chi frequentiamo abbiamo o hanno almeno una volta nella vita sparato a pallettoni contro la religione islamica, noncuranti delle scuole di pensiero con cui viene vissuta. L’Islam buono, l?islam cattivo, l’Islam che non è né buono né cattivo, che fa schifo, che è condivisibile.  Le opinioni non condivisibili per la massa sono sempre quelle più scomode ma dovremmo fermarci un attimo a pensare se quella massa è sempre sincera. Se crede davvero in quel che afferma. Oppure, nel suo piccolo mondo, è convinto del contrario di ciò che affermna ma preferisce mantenere un profilo da “brava persona tollerante”.

E no, non è populismo, questa parola che oramai campeggia sulle labbra dei politici che hanno fatti i conti sulla lunga distanza e hanno pensato “Cacchio, qui gli italiani non fanno più figli! Sarà perchè sono con le pezze al culo? E ora chi lavorerà per pagare le pensioni? Idea! Diventiamo accoglienti! E magari i terroristi non ci toccano neanche di striscio, perchè gli serve una porta senza l’allarme per entrare…”.

E’ populismo? E’ razzismo? O la verità fa male? Perchè magari il popolo ha un cuore e pensa davvero (quando fa comodo nelle discussioni in pubblico) che l’accoglienza sia la porta per il paradiso. Senza vergini che ci aspettano dall’altra parte però, che noi siamo cristiani e abbiamo smesso di imporre con la violenza il nostro credo. E non ce lo dimentichiamo, infatti, che di porcate immonde ne abbiamo fatte.

Forse, e sottolineo forse, dovremmo davvero tutti trovare un punto di equilibrio, gettare la maschera almeno per una buona volta nella vita e smettere di additare sempre il prossimo: fascista, comunista, populista, razzista. Filippo Facci può essere odioso quanto volete, alla stregua di Travaglio, Sgarbi o chiunque altro non abbia timore di dire ciò che pensa. E non per parlare alla pancia del paese ma, finalmente, per dire quello che buon parte del paese ogni tanto pensa e non ha il coraggio di ammettere.

Perchè esprimere la propria opinione è la più grande forma di libertà e nessuno ha il diritto di tappare una bocca o crocifiggere un’idea. Il popolo decide, non un manipolo di Signor Nessuno. Anche se, talvolta, il popolo sceglie Barabba.

Nessun commento

Commenta l'articolo