#IceBucketChallenge, diamo uno sguardo con occhi di ghiaccio

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La liturgia della Rete impone che ogni moda o campagna virale sia seguita da uno sciame di pareri – positivi o negativi – che alimenta le discussioni sui social network. In questo, l’#icebucketchallenge, il tormentone viral-solidale dedicato alla ricerca sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica – meglio conosciuta come SLA – non è stato da meno: giusto? sbagliato? corretto? inutile? Proviamo a ragionarci su. Allontaniamoci da posizioni etiche – giusto o sbagliato – e concentriamoci sull’esito della campagna: funziona o no?

Chi si occupa di marketing lo sa bene, a prescindere da strumenti e media messi in campo: una campagna X – affissioni, annunci radio-televisivi o virale sul web – nasce, cresce e (possibilmente) si diffonde in maniera caplllare per raggiungere un obiettivo preciso e misurabile. Voglio qualcosa e faccio qualcos’altro per arrivare a qualcos’altro ancora, possibilmente diverso – e migliore – di quello che ho adesso.

#icebucketchallenge nasce per accrescere i fondi destinati alla ricerca sulla SLA. Fondi, ovvero soldi, ovvero valore concretamente misurabile. Chi ha avviato a campagna non aveva come obiettivo la semplice “maggior risonanza o conoscenza della malattia”, una sorta di brand awareness della SLA. Si proponeva, piuttosto, di creare nuove possibilità di studio, per una patologia le cui cause, ancora oggi, sono per lo più oscure.

Traduciamo il concetto in cifre. Il New York Times [fonte] riporta che negli USA, a fronte di oltre un milione di video pubblicato su Facebook dall’1 al 13 agosto 2014, l’ALS Association ha ricevuto in contributi volontari oltre 40 milioni di dollari, il 215% delle donazioni pervenute nei primi 7 mesi dell’anno. Addirittura secondo Wired.it [fonte] a parità di periodo, 29 luglio-24 agosto, le donazioni sono schizzate da 2.5 a 70 milioni di dollari. La campagna, per tanto, ha avuto successo, nulla da eccepire.

In Italia abbiamo avuto lo stesso risultato? Su Wired si legge che secondo Aisla l’ammontare delle donazioni si attesta, per ora, a 200 mila euro, al netto di quanti hanno versato direttamente nelle casse statunitensi. Molto rumore per nulla? Sembra che in Italia, nonostante una cospicua rinfrescata collettiva immortalata in video su e condite da nomination su Facebook, non si è avuto lo stesso risultato in termini di donazioni. Si potrebbe ragionare su quanto il pubblico italiano sia sensibile alle campagne virali, quanto vi partecipi in maniera davvero attiva o quanto semplicemente sia ancora un target di emulatori passivi, come Nostra signora dell’ipocrisia televisione c’ha plasmato per anni.

Si potrebbe inoltre fare considerazioni su quanto i personaggi pubblici che hanno accettato la sfida – tra cui i pugliesi Checco Zalone, Michele Emiliano, Mingo, Antonio Decaro, Gianluca Paparesta e Daniele Sciaudone – abbiano in qualche modo cavalcato l’onda gelata per accrescere loro, questo sì, la propria personale brand awareness. Questo discorso però, così come le considerazioni sul punto di vista etico – giusto o sbagliato buttare sullo scherzo una questione così delicata – è decisamente più complesso: non compete a noi sindacare sul comportamento dei singoli, e non si può etichettare con “giusta” o “sbagliata” l’opportunità di usare il sorriso come arma di veicolazione di contenuti e temi altrimenti spinosi. Del resto, ogni cultura – italiana o statunitense – ha i propri codici.

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Laureato in Scienze della comunicazione, vive una condizione mentale-lavorativa a suo dire schizofrenica: cerca con insistenza di unire in un’unica professionalità il suo amore per il web e la scrittura. Ama la Puglia e per questo, nonostante le difficoltà ha deciso di restare qui.

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