Identificazione dei migranti deceduti in mare. Serve l’autopsia orale

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Sono 728 i corpi dei migranti recuperati nella stiva del peschereccio naufragato il 18 aprile 2015. La professoressa Cristina Cattaneo, fondatrice e direttore del LAB.AN.O.F. (Laboratorio di antropologia e Odontologia Forense) dell’Università di Milano sta guidando le procedure di identificazione dei migranti morti, attraverso il coordinamento dell’ufficio del commissario straordinario per le persone scomparse, Vittorio Piscitelli.

Si tratta di giovani, tutti maschi, provenienti prevalentemente da Mali, Senegal, Guinea, Costa d’Avorio, Gambia, Eritrea, Etiopia, Somalia e Bangladesh. La professoressa Cattaneo ha confermato che “due terzi dei corpi appartenevano a ragazzi di un’età compresa tra i 20 e i 30 anni, mentre un terzo avevano tra i 15 e i 17 anni”.

Le attività autoptiche e i rilievi ai fini identificativi si sono svolti presso un laboratorio allestito nella base N.A.T.O. di Melilli (Sicilia) per poi essere analizzati dal laboratorio di Milano, anche attraverso contatti con i familiari delle vittime, con il fine di recuperare i dati ante mortem indispensabili per il processo identificativo. Sono stati numerosi i medici legali, gli antropologi e gli odontoiatri forensi – provenienti dalle Università italiane (Milano, Bari, Torino, Roma, Palermo e altre) – che hanno lavorato nel laboratorio allestito a Melilli.

L’identificazione ci serve soprattutto per i vivi, per le famiglie delle persone morte, per quelli che restano e che nella maggior parte dei casi non hanno la possibilità neppure di avere un certificato di morte del loro congiunto, con tutte le conseguenze legali che questo comporta per le famiglie.” ha spiegato la  professoressa Cattaneo, in risposta alle polemiche sollevate per i costi dell’operazione.

L’esperienza nella identificazione dei migranti recuperati nel Mediterraneo era iniziata con il naufragio del 3 ottobre del 2013, nel quale morirono 366 migranti. All’epoca il commissario straordinario per le persone scomparse, Vittorio Piscitelli, sperimentò in collaborazione con il LAB.AN.O.F., per la prima volta in Italia e in Europa, un protocollo per l’identificazione delle vittime di un naufragio.

L’ufficio del Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse è stato istituito il 15 giugno 2007 proprio con l’obiettivo di verificare l’entità del fenomeno delle persone scomparse e dei cadaveri da identificare, trovando possibili soluzioni tecniche.

Già nel 2008 Emilio Nuzzolese, odontoiatra esperto in odontologia forense di Bari, su richiesta dello stesso commissario, all’epoca il Prefetto Gennaro Monaco, segnalò la necessità di integrare il processo di identificazione dei “corpi senza nome” con i rilievi odontologico-forensi attraverso l’autopsia orale. L’approccio multidisciplinare delle scienze forensi nel processo di identificazione e attribuzione personale dei cadaveri da identificare, infatti, non sempre trova completa applicazione. Spesso è anche confuso l’esame dentale della salma, eventualmente eseguito dal medico legale, con l’autopsia orale e i rilievi radiologici su mascelle e denti, che possono essere eseguiti solo dall’odontoiatra forense, quando nominato.

“Il sistema giudiziario italiano prevede”, spiega Nuzzolese “che ogni Procura abbia l’autonomia di valutare l’autopsia di un cadavere attraverso la nomina di un medico legale. Tuttavia il pubblico ministero non ha l’obbligo di chiedere il prelievo del DNA e molto spesso ignora l’importanza di nominare, quale consulente tecnico ausiliario, anche l’odontoiatra forense a cui chiedere l’autopsia orale coniugata con i rilievi radiologici su denti e mascelle ai fini della identificazione generica della salma. La conseguenza è un’inevitabile ritardo nella identificazione”.

La mancanza di un protocollo nazionale ed europeo che preveda l’applicazione delle migliori pratiche nella identificazione dei cadaveri, è stata denunciata nel rapporto “Mediterranean Missing” del settembre 2016 (testo integrale qui)  condotto dall’università di York (GB) in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). L’odontoiatra forense Emilio Nuzzolese faceva la stessa segnalazione nell’agosto 2012 a Lovanio (Belgio) con la relazione “Missing People, Migrants, Identification and Human Rights” durante la 9^ Conferenza internazionale organizzata dalla International Dental Ethics and Law Society (IDEALS); poi nel maggio 2013 a Lione (Francia) durante la conferenza internazionale annuale INTERPOL sulla Identificazione delle Vittime di Disastri; infine nel 2014 denunciare questa carenza alla Commissione UE per le Petizioni attraverso la petizione num. 1113/2014, sulla necessità di armonizzare le procedure di identificazione umana nell’Unione Europea, e quest’anno con la petizione num. 418/2017, sulla necessità di aggiornare le raccomandazioni europee in tema di autopsie medico-legali, ormai datate 1999.

Il dottor Nuzzolese è l’unico odontoiatra forense italiano impegnato su scala nazionale ed internazionale nella promozione dell’odontologia forense anche quale strumento umanitario e di contrasto alla violazione dei diritti umani. Ha fondato nel 2015 il gruppo internazionale di volontari esperti chiamato “Forensic Odontology for Human Rights” (www.dentify.me), nel 2016 ha costituito la OdV “Dental Team DVI Italia” (www.dentalteamdvi.it) e svolge dal 2009 il perito volontario dell’Associazione Penelope – Associazione per le famiglie e gli amici delle persone scomparse (www.penelopeitalia.org).

“l’identificazione tempestiva dei corpi senza identità rappresenta un obbligo morale, religioso e giuridico” evidenziava Nuzzolese nel 2012 (relazione poi pubblicata sul Journal of Forensic Odontostomatology), sottolineando che “la scomparsa di un familiare provoca una condizione di vita sospesa e gravissime sofferenze psicologiche causate anche dall’impossibilità di elaborare il lutto”.

Secondo l’esperto, è impensabile omettere il coinvolgimento dell’odontoiatra forense nei rilievi post mortem, anche in considerazione della sua efficacia. Basti considerare che i rilievi dentali possono giungere ad una identificazione positiva in media nel 70% dei casi, in modo estremamente tempestivo ed economico, fermo restando l’importanza anche del DNA.

La legge internazionale sui diritti umani è molto chiara: gli Stati hanno l’obbligo di identificare i migranti alle frontiere internazionali per fornire una sepoltura dignitosa e fornire alle famiglie il “diritto di conoscere” la sorte del proprio familiare (articolo 26 della IV convenzione di Ginevra).

Grazie all’impegno e al lavoro degli esperti italiani nella patologia, antropologia e odontologia forense, auspichiamo il più ampio rispetto e parità di trattamento di tutti i corpi senza nome attraverso l’impiego sistematico del protocollo multidisciplinare applicato dalla professoressa Cristina Cattaneo, professore ordinario di medicina legale, come anche suggerito dall’INTERPOL.

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Redazione
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