Il dopoguerra della Puglia proletaria

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Alla fine del 1918, l’Italia aveva superato una delle prove più dure della sua storia. Aveva vinto la prima guerra mondiale, ma, in tutto il paese, specialmente nel Sud, molti problemi erano ancora irrisolti ed altri stavano nascendo.

Durante il conflitto, al Nord molti operai erano rimasti a lavorare nelle fabbriche e queste si erano arricchite producendo armi e tutto il necessario per l’esercito; nel Sud, invece, la maggior parte dei contadini era andata in guerra e l’agricoltura aveva sofferto la mancanza di manodopera.

In Puglia, una grande quantità di vigneti, oliveti e mandorleti erano stati letteralmente abbandonati e molti proprietari avevano preferito affidare le proprie aziende a fittavoli e imprenditori senza scrupoli, che disponevano dei necessari capitali.

Quando i contadini tornarono dal fronte, si trovarono o disoccupati, oppure costretti alle dipendenze di datori di lavoro molto più esigenti dei precedenti.

Come se non bastasse, l’aumento dei prezzi provocò una svalutazione della lira: l’inflazione e la scarsità di alcuni beni portarono alle stelle il caro-vita, rendendo ancora più misere le condizioni di ampi strati della popolazione.

E’ questo il panorama nel quale, nel dopoguerra, maturarono, in molte campagne e citta’ della Puglia, lotte, proteste sociali e manifestazioni di piazza che, in alcuni casi, degenerarono in drammatici episodi di violenza.

I proletari pugliesi, sia quelli che erano andati a combattere al fronte, sia quelli che erano rimasti a sopportare il peso delle privazioni imposte dalla guerra, avevano contribuito in modo essenziale alla vittoria e, adesso, non riuscivano ad accettare che il premio per tanti sacrifici fosse ancora una volta la miseria.

Nell’estate del 1919 si ebbero violente manifestazioni di protesta a Bari, Taranto e Lucera, dove gli scontri con la polizia causarono 8 morti tra i manifestanti.

Intanto, molti reduci, che ricordavano la promessa di terra fatta dal governo all’indomani della sconfitta di Caporetto del 1917, si riunirono nell’Associazione Nazionale dei Combattenti. I reduci di guerra chiedevano ai comuni che fosse finalmente realizzata una riforma agraria, con un equa distribuzione dei terreni del demanio, abbandonati e improduttivi.

Tuttavia, le richieste avanzate dall’Associazione restarono senza una risposta. Così, ad Altamura, Turi e Palo del Colle, i contadini assaltarono e devastarono il palazzo municipale, mentre le leghe bracciantili, di ispirazione socialista, prendevano di mira i grandi proprietari privati, occupando i latifondi incolti, imponendo l’obbligo di assunzione, pretendendo la paga dovuta.

I successi ottenuti con queste lotte attrassero nelle leghe un numero crescente di lavoratori: nella sola provincia di Bari, dal 1920 al 1921, nacquero 54 nuove leghe e il numero dei braccianti iscritti salì da 25.000 a 45.000.

Ormai era chiaro a tutti che, con la guerra, i contadini erano diventati consapevoli del loro ruolo di cittadini e, prendendo coscienza dei problemi del governo e dello Stato, avevano iniziato a maturare il desiderio di un cambiamento.

A questa esigenza, cercavano di rispondere i grandi partiti di massa.

Quello socialista pugliese era guidato da Domenico Fioritto e rivolgeva la sua propaganda soprattutto ai braccianti. Puntando sull’entusiasmo suscitato dalla rivoluzione russa del 1917, auspicava una rivoluzione proletaria che avrebbe tolto le aziende agricole ai proprietari, per trasformarle in aziende collettive, dove lavoro e buoni salari sarebbero stati garantiti a tutti. Il PSI aveva le sua roccaforti nel Tavoliere e nel Nord Barese, ma ebbe successo anche presso gli operai delle grandi città.

Il Partito Popolare Italiano, nato per rappresentare la massa dei cattolici, era forte soprattutto nel Salento, dove la Chiesa aveva una grande prestigio. Si rivolgeva a tutte le classi rurali: ai braccianti proponeva di associarsi in cooperative che avrebbero preso in fitto i latifondi; ai piccoli proprietari e mezzadri, chiedeva sussidi statali.

Nessuno dei due partiti ebbe la forza di imporsi veramente alla guida del paese, così, in questa panorama di grande confusione politica, nacque un altro movimento destinato a segnare, in maniera indelebile, la storia italiana degli anni successivi: il fascismo.

Il movimento dei Fasci di combattimento, fu fondato a Milano, nel 1919, da Benito Mussolini e si diffuse subito in Puglia, dove nacquero “sezioni” e”squadre” nelle principali città e in tutte le campagne.

Nell’autunno del 1920, i Fasci erano già attivi e numerosi a Bari, Conversano, Minervino, Nardò e Cerignola, dove si contavano più di 300 iscritti.

Forti del contributo numerico e dell’esperienza militare degli ex combattenti, i fascisti cominciarono a organizzare squadre d’azione a cavallo o motorizzate, con l’intento di dare una dura lezione alle leghe contadine socialiste, ma anche cattoliche e combattentistico democratiche.

Fu l’inizio di un nuovo drammatico capitolo della storia pugliese.

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