Il parco dei dinosauri di Altamura

0

Chi non ha mai creduto all’esistenza, milioni di anni fa, dei dinosauri, si faccia un giro dalle parti di Altamura.
Qui, in una cava abbandonata in località Pontrelli, è stato scoperto un gruppo di oltre 4000 impronte ben conservate di dinosauri.
Organizzate in vere e proprie piste, sono impronte di oltre 200 esemplari, di almeno 5 diverse specie e risalgono a circa 70 milioni di anni fa, cioè al cosiddetto periodo Cretaceo.
La maggior parte appartengono a dinosauri erbivori: i “sauropodi”, dotati di un collo molto lungo; i “ceratopsidi”, caratterizzati da un cranio pesantemente corazzato e munito di molteplici corni; gli “iguanodontidi” e gli “anchilosauri”, la cui presenza costituirebbe il primo caso conosciuto al mondo. Tuttavia, vi sarebbero anche impronte di specie carnivora, cioè teropodi e bipedi, simili al famoso e temibile “tirannosauro”.
Le dimensioni delle impronte variano dai 5 – 6 cm, fino ai 40 – 45 cm, facendo supporre di trovarsi di fronte ad animali alti anche fino a 10 metri.
Dalla lettura delle impronte e delle piste è stato possibile anche reperire informazioni sulle dimensioni, il peso e l’apparato motorio scheletrico dei dinosauri: la postura, l’andatura, il comportamento, la velocità e le preferenze ambientali.
Da una serie di almeno tre impronte consecutive (o tre coppie mano-piede nel caso di animali quadrupedi), lasciate dallo stesso animale in movimento, si evince, per esempio, come le andature siano normali, senza tracce di panico. Potrebbe quindi trattrasi di un tranquillo spostamento verso pascoli migliori, magari verso il mare: insomma, una sorta di piccola vacanza relax.
I paleontologi, in base alle impronte esaminate, hanno addirittura potuto descrivere un nuovo genere di dinosauro, che è stato chiamato “Apulosauripus federicianus”. Si tratta di un erbivoro di circa 5 metri di altezza e 2 tonnellate di peso:
un esemplare, diciamo, di taglia media, del quale, in molte impronte, erano addirittura visibili le pieghe della pelle.
L’eccezionale stato di conservazione delle impronte è dovuto alla presenza di un terreno paludoso dal fondo fangoso, con tappeti di alghe che hanno permesso la cementazione della singola orma. In numerose di esse è ancora visibile la piccola onda di fango, generata nel momento in cui l’animale ha poggiato la zampa al suolo.
Sarà bene sottolineare come, durante il periodo Cretaceo, dal punto di vista metereologico, la Puglia presentava un clima ben diverso da quello attuale: regnava infatti un caldo tropicale, simile a quello di un paese equatoriale e il territorio era caratterizzato da estese piane fangose.
Tracce fossili del genere sono state rinvenute in altre parti del mondo, ma alcuni fattori rendono quelle trovate ad Altamura uniche nel loro genere: innanzitutto l’eccellente qualità dello stato di conservazione e, a seguire, il numero elevato delle diverse specie accertate.
Grazie a questa scoperta è stato possibile anche risolvere alcuni dubbi riguardo l’aspetto paleogeografico della Puglia di 70 milioni di anni fa: fino alla scoperta di queste orme, si era sempre pensato alla Puglia come ad un’ampia area sommersa punteggiata da sporadiche e ridotte zone emerse. Tuttavia, un luogo del genere sarebbe risultato assai inadatto ad ospitare interi branchi di dinosauri che, per vivere e riprodursi, avevano, invece, bisogno di un’area stabilmente emersa, più idonea a fornire loro il sostentamento.
Nonostante il suo enorme valore paleontologico, il sito non è stato mai minimamente valorizzato.
Un posto del genere avrebbe tutti i requisiti per diventare una specie di “Jurassic Park” visitato da decine di migliaia di persone: un luogo di cultura e conoscenza, che non mancherebbe di portare prestigio e ricchezza a tutto il territorio.
Anni e anni di abbandono, invece, hanno molto deteriorato le impronte e le numerose associazioni che hanno lottato in questi anni per proteggere il sito, si sono scontrate contro gli egoismi da parte della proprietà che voleva trarre massimo beneficio dall’area e un’amministrazione spesso incapace.
Negli ultimi anni qualcosa si è mosso, ma questo non cancella la gravità di un abbandono che, ci auguriamo, possa presto superare le mille lentezze burocratiche e ricevere il giusto riconoscimento ed una intelligente politica di recupero, valorizzazione e protezione.

Condividi
Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

Nessun commento

Commenta l'articolo