Jobs Act, contraltare del licenziamento facile sarà il Reddito di cittadinanza?

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Universalizzare ed estendere le tutele attuali dell’ASPI e del miniASPI (Assicurazione sociale per l’impiego) in modo tale da abbracciare tutti i tipi di collaboratori subordinati e parasubordinati non in possesso di un contratto a tempo determinato/indeterminato standard.

Potenziare quindi il bacino raggiungibile, estendere la durata (oggi 8 – 12 mesi) ed innalzare il tetto dell’indennità percepita. Il tutto, per creare un cuscinetto statale che esorcizzi e riduca l’impatto che i licenziamenti più semplici e le forti limitazioni (nelle intenzioni) del reintegro comporterà.

L’idea dunque, sarebbe quella di stabilire una specie di reddito minimo di cittadinanza, ed in maniera più specifica un “salario minimo di disoccupazione” che accompagni il lavoratore dal momento in cui viene espulso dal ciclo produttivo fino al prossimo impiego (maggiori stanziamenti per i Centri per l’impiego a controllo centralizzato).

Una misura necessaria per non far crollare totalmente il già fragile welfare nel mondo del lavoro, che tuttavia priva le imprese della loro funzione sociale e le monda dall’obbligo di adempiere all’articolo 1 sancito dalla Costituzione Italiana.

Con una disoccupazione alle stelle e con la possibilità per le aziende di continuare a licenziare perfino con maggiore facilità, in una situazione di recessione stagnante con i consumi al palo, il costo di questa operazione sarà esorbitante per le casse dello Stato. Trovare le coperture, in questo caso, non è come portare a casa la solita riforma di facciata, si rischia di far saltare intere generazioni nella povertà assoluta o relativa, senza dare speranze future per una nuova occupazione.

Nonostante il premier Renzi macini annunci su annunci, e metta sul tavolo un set di operazioni impressionanti, nella sostanza non si è ancora visto nulla di tangibile e verificabile.

Il voto sulla iniziativa, è da rinviare sine die: “Passo dopo passo.”

di Andrea Lorusso
Twitter @andrewlorusso
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