La Colonna di Brindisi: la porta di Roma verso l’Oriente

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La colonna romana a Brindisi

Brindisi è stata, certamente, uno dei centri urbani più importanti dell’Italia romana.
Ricche produzioni agricole e artigianali, commerci e traffici marittimi ne sostenevano l’economia, attirando, perfino, gli interessi dell’alta aristocrazia del Senato.
Un riflesso di questa ricchezza e della qualità della vita che doveva svolgersi è riconoscibile nel patrimonio monumentale della città (ancora solo parzialmente noto) e nella continuità degli interventi pubblici che è stato possibile ricostruire: dall’età tardo-repubblicana (II-I secolo a.C.), fino a quella imperiale (I-II secolo d.C.), Brindisi fu dotata di un teatro, un anfiteatro, templi, edifici forensi e delle splendide terme che abbellivano l’insediamento, attirando visitatori da ogni parte della Puglia.
La trasformazione cristiana della città, e poi le difficili vicende subite nel corso del Medioevo, rendono, oggi, poco percepibile l’immagine di questo grande abitato, di cui si conservano solo alcune tracce, anche se di grande importanza.
Intorno al 240 a.C. la città salentina fu collegata con la capitale, tramite la via Appia, che qui terminava nel Mar Adriatico, rappresentando una delle principali vie di collegamento tra l’Impero romano e l’Oriente.
Alcuni storici pensano che, esattamente nell’ultimo tratto di questa via, furono posizionate due altissime colonne, una delle quali è ancora oggi, un simbolo importantissimo per i brindisini, tanto da comparire sull’araldica ufficiale del Comune e della Provincia.
Inizialmente, le colonne erano due, ma la seconda rovinò al suolo nel ‘500 e oggi ne possiamo ammirare solo una.
Si erge proprio accanto a quella che fu la casa del poeta latino Publio Virgilio Marone, il quale soggiornò e morì a Brindisi nel 19 a.C.
Maestose ed imponenti, le due colonne erano ben visibili da lontano, soprattutto dalle navi che si accostavano progressivamente al porto interno.
Insieme ad altri monumenti onorari, sembra che esse si allineassero ai limiti di un’importante area pubblica, posta nel punto più alto e visibile della città. Al centro di questo spazio vi era un tempio importante, anch’esso con la facciata rivolta verso il mare, posto proprio al di sotto della successiva grande cattedrale cristiana, ma con l’orientamento inverso.
A questo edificio appartenevano capitelli figurati con teste di divinità. Il fatto che esso sorgesse in un punto eminente dello spazio urbano e la sua antichità potrebbero identificarlo nel Capitolium (il tempio dedicato a Giove, Giunone e Minerva, che, nelle colonie, replicava l’omonimo santuario di Roma); l’area intorno sembra infatti essere l’arx, la rocca, il punto più sacro e rappresentativo della città.
Le colonne, quindi, come altri elementi dell’arredo urbano (altari, statue onorarie, etc.), accrescevano il carattere monumentale di questa piazza, certamente luogo di cerimonie religiose e di festività pubbliche.
Pertanto, secondo questa lettura, le colonne non avrebbero un rapporto con il tratto urbano della via Appia, percorso che si colloca più a meridione. Facevano parte, al contrario, dei vari monumenti onorari che si raccoglievano sulla breve spianata dell’arx e tra questi erano certamente tra i più significativi per dimensioni e per prestigio.
Come detto, delle due colonne gemelle originarie, realizzate probabilmente dopo le metà del II secolo con un marmo proveniente da Preconneso (isola nello stretto dei Dardanelli, in Turchia), solo una e’ integra ed è costituita da otto rocchi, per un’altezza complessiva di circa 19 metri.
La colonna è sormontata da un capitello di ordine corinzio, decorato con foglie di acanto e dodici figure mitologiche a mezzo busto: le quattro principali rappresentano le divinità marine maschili e femminili alternate, che sorreggono l’abaco del capitello, sopra il quale poteva essere stata collocata la statua di un personaggio onorato.
Di queste figure è stato identificato, con una certa sicurezza, Nettuno (rivolto verso il mare), al quale si contrappone Giove (o forse Oceano), mentre sugli altri due lati si ipotizzano le figure di Giunone e Intride (o forse Marte e Minerva o ancora Anfitrite e Teti). Le altre otto figure agli angoli sono dei Tritoni che suonano con strumenti ricavati da conchiglie marine.
Dell’altra colonna, caduta nel 1528, e’ visibile la sola base e uno dei rocchi, la parte restante – dopo essere rimasta al suolo per oltre un secolo – fu’ donata alla città di Lecce dove oggi forma parte della colonna di Sant’Oronzo.
Il capitello di questa colonna rappresentava quattro figure femminili e principi persiani, ma fu completamente rilavorato prima di essere eretta nella piazza leccese.

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Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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