La Grotta Paglicci

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Ubicata nel cuore del Tavoliere di Puglia, “Grotta Paglicci” è considerato tra i siti archeologici più importanti d’Italia.
Siamo sul fianco meridionale del Gargano, nell’agro di Rignano Garganico, al confine tra due ambienti molto diversi tra loro: in basso la pianura foggiana, che, per lunghi periodi, in età preistorica, dovette offrire praterie poco arborate e steppe; in alto la montagna, con i suoi dirupi rocciosi. Tuttavia, alcune macchie e piccoli boschi si addensavano nei valloni montani e lungo i principali corsi d’acqua della pianura, crescendo, probabilmente, rigogliosi nei dintorni della grotta.
Per queste ragioni, l’Uomo di Paglicci doveva disporre di una selvaggina ricca, mentre la riserva idrica era forse assicurata da una sorta di cisterna naturale, rappresentata da una cavità comunicante con la grotta. La posizione a ridosso del fianco sud del Gargano doveva, infine, permettere un sicuro riparo dai venti più freddi.
Tutti questi elementi possono spiegare la straordinaria fortuna del sito di Paglicci, che certamente ospitò l’uomo preistorico, durante un periodo di tempo lunghissimo, compreso tra 200.000 e 10.000 anni fa.
La grotta fu ininterrottamente abitata dall’uomo e, solo per brevi periodi, esclusivamente da animali.
Al suo interno, e nei dintorni, sono stati ritrovati oltre 45.000 reperti del Paleolitico Inferiore, Medio e Superiore, attraverso i quali è possibile ripercorrere le tre fasi storiche sul promontorio.
I manufatti in selce non sono moltissimi, data la scarsezza, nella zona, di questo materiale, ma gli oggetti in pietra e, soprattutto, in osso sono assai numerosi. Molti di essi hanno una funzione meramente decorativa ed estetica.
Il più antico è rappresentato da un frammento di tibia di grande mammifero, recante una serie di incisioni, al centro delle quali vi è il profilo di uno stambecco molto realistico. Su un frammento di bacino di cavallo, invece, sono state ricavate figure zoomorfe su entrambi i lati: da un lato, una scena di caccia che mostra un cavallo in corsa, affiancato da due cervi circondati di frecce; dall’altro, la testa di un bue con le corna protese in avanti verso un piccolo cerbiatto. Ancora una scena tipicamente naturalistica è offerta da un altro frammento osseo: un nido ricolmo di uova che vengono covate da un uccello, mentre da sinistra un serpente si accinge a buttarsi sulla preda.
Paglicci costituisce, però, anche uno splendido esempio di grotta con figure dipinte sulle pareti.
In una saletta interna e molto appartata sono raffigurati il profilo di due cavalli e una serie di mani: di esse, alcune immagini sono “positive”, cioè ottenute per diretta impressione delle mani spalmate di colore; altre sono “negative”, cioè realizzate spruzzando colore intorno ad esse. Vi sono poi alcuni graffiti, piuttosto profondi, consistenti in semplici tacche prodotte lungo uno spigolo delle roccia ed in linee diritte o ricurve, talvolta appaiate a formare figure stilizzate.
Durante il Paleolitico Superiore, l’Uomo sviluppò anche una certa Cultura spirituale, documentata, oltre che dalla produzione artistica, anche dall’attenzione religiosa verso i morti.
Questo spiega il ritrovamento, nel sito, di due sepolture: quella di un giovane ragazzo di circa 11 anni, risalente a 24.000 anni fa, e quella di una ragazza di circa 18 anni, risalente a 23.000 anni fa.
Il maschio, di età “gravettiana”, è in posizione supina, il capo girato verso destra, l’avambraccio destro flesso e la mano rivolta verso il viso. La sua acconciatura doveva consistere in una trentina di denti forati di cervo intorno al cranio. Altri denti, ritrovati vicino al polso sinistro e alla caviglia destra, fungevano probabilmente da braccialetto e da cavigliera. Una conchiglia era invece sul petto, forse elemento di una collana. Il corredo era composto di grattatoi, un punteruolo, un bulino, un blocchetto di ematite. Questo corpo non fu trovato deposto, come da prassi, in una fossa, ma adagiato sulla superficie.
Lo scheletro femminile, anch’esso di epoca gravettiana, era invece adagiato nella fossa, in posizione supina, la testa in avanti inclinata verso sinistra, le braccia parallele al torace e le mani accostate nella regione pubica; distesi gli arti inferiori, dei quali tibie e peroni apparivano molto fratturati. Uno straterello di ocra era visibile sia a copertura che a letto del corpo, ma appariva molto concentrato sul cranio, sul bacino e sui piedi. Il corredo funerario della donna è certamnete meno ricco di quello del giovinetto e comprendeva un grattatoio, due bulini, una corta lama, una grossa conchiglia. Anche l’acconciatura dovette essere più sobria rispetto al ragazzo: un semplice diadema costituito di sette denti di cervo forati.
Secondo gli studiosi, i resti fossili umani sono da attribuirsi al tipo umano di Cro-Magnon, largamente diffuso in Europa nel Paleolitico Superiore. I caratteri del giovinetto, nella elevata statura, nella costituzione longilinea e nella architettura della scatola cranica lo avvicinerebbero al tipo mediterraneo. Lo scheletro della donna, per la particolare robustezza, lo sviluppo considerevole del corpo della mandibola, i marcati rilievi sopraccigliari, indicherebbe che la differenza di aspetto tra uomo e donna doveva risultare meno accentuata che attualmente.
La grotta, aperta solo durante le campagne di scavo, non è fruibile per motivi conservativi. Tuttavia è possibile visitare la mostra-museo di Rignano Garganico e lì partecipare ad interessanti laboratori didattici.

 

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Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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