La guerra civile dimenticata: il linciaggio delle sorelle Porro

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Alla fine della seconda guerra mondiale, l’Italia aveva raggiunto un traguardo storico: dalle ceneri della vecchia monarchia e del regime di Mussolini era nata una Repubblica e, con essa, la democrazia.
Tuttavia, il conto da pagare era stato salato: molte regioni, specialmente al Sud, versavano in condizioni economiche drammatiche.
Questo panorama, da un lato provocò una massiccia emigrazione verso le città industriali del Nord Italia; dall’altro, alimentò una nuova, intensa fase di lotte contadine, che raggiunse l’apice nel 1946, in Puglia.
Già venticinque anni prima, alla conclusione della Prima Guerra Mondiale, le campagne pugliesi erano state il teatro di una guerra civile, crudele e spietata e la lunga parentesi fascista aveva soltanto rinviato la ricerca di una soluzione a mali atavici: l’arretratezza economica del Sud rispetto al Nord, la povertà, il contrasto fra un’economia prevalentemente agricola e concentrata in poche mani e la presenza di un gran numero di braccianti disoccupati.
Nella struttura economica del nostro territorio, il latifondo continuava a giocare un ruolo determinante ed un’economia prevalentemente agricola tutelava e privilegiava i grandi proprietari, lasciando nella fame e nella povertà il resto della popolazione, costituito da operai e contadini.
La guerra, con il suo bagaglio di sacrifici, morte e distruzione, aveva riportato alla luce le tristi condizioni del Meridione e, in particolare, della Puglia.
Tra il giugno e l’ottobre del 1945, in Terra di Bari, iniziarono le “rivolte della fame” con incidenti ed occupazioni nei territori di Gravina, Altamura, Santeramo, Noci e Acquaviva.
Le cronache dell’epoca ed i rapporti delle Forze dell’Ordine riferiscono di continui furti effettuati nelle masserie e di numerosi interventi della Polizia con arresti frequenti di reduci aggregati in bande armate.
Dovunque si diffuse il ricorso al “lavoro arbitrario” che consisteva nell’invadere le terre, compiere lavori ed esigerne il pagamento da parte dei proprietari.
Scontri violenti si estesero in breve tempo in tutta la Regione, ma raggiunsero l’apice a Minervino e Andria.
Qui, su una popolazione di circa 60.000 abitanti, si contavano circa 5.000 disoccupati tra braccianti, operai edili e piccoli artigiani, la cui ricchezza e attività era stata praticamente azzerata dal periodo bellico.
Così, la Federterre e le leghe contadine riorganizzarono le loro fila e si predisposero ad una nuova stagione di rivendicazioni e scioperi che non trovarono in chi deteneva il potere economico un interlocutore disponibile al dialogo e videro, nel Governo, un mediatore debole ed incerto.
Nel marzo del 1946, il rifiuto di una ditta locale di Andria di assumere quattro reduci di guerra, scoppiò in una rivolta che vide il sequestro di alcuni proprietari terrieri e la costruzione di barricate.
Ci furono scontri cruenti con le forze dell’ordine e sembrò che fosse stato trovato un accordo.
Tuttavia, al momento del discorso tenuto dal celebre sindacalista cerignolese Giuseppe Di Vittorio, fu sparato un colpo d’arma da fuoco e i disordini ripresero.
Il 7 marzo, un drammatico giovedì, una folla inferocita assalì il palazzo dei Porro, una famiglia di grandi proprietari terrieri locali.
Due anziane sorelle, Carolina e Luisa Porro, vennero linciate.
Le cronache testimoniano che erano ricche, ma vivevano da povere: parsimoniose, chiuse in casa, dedite solo al ricamo e ai ricordi di famiglia.
A provocare il dramma furono probabilmente alcuni colpi di fucile, partiti, forse, nei pressi del palazzo delle sorelle Porro.
Tra le centinaia di persone che si misero a correre verso il palazzo e ne sfondarono il portone, vi erano molte donne.
Le sorelle Porro, fuggite da una porta secondaria, vennero raggiunte poco dopo.
Schiaffi, calci, pugni, colpi di baionetta e spintoni: Carolina e Luisa morirono quasi subito, altre due, Vincenzina e Stefania, più giovani, si salvarono e furono accompagnate alla Croce Verde da un passante misericordioso.
Alla fine di quella giornata, negli scontri tra le Forze dell’Ordine e i dimostranti, si registrarono due carabinieri colpiti a morte e diversi feriti tra i civili.
In seguito a tali fatti, ad Andria, così come in tante altre cittadine pugliesi, fu inviato l’esercito che riuscì a sedare la rivolta soltanto con una dura repressione.

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Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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