Landini: il lavoro è orfano di rappresentanza politica

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Il mondo del lavoro corre in maniera aberrante verso forme di automazione sempre più spietate, che nel corso dei prossimi decenni falcidieranno milioni e milioni di  impieghi, lasciando a casa sempre più persone.

Ne è un esempio lampante la forte dichiarazione dell’AD di Deutsche Bank, Cryan che sulle colonne del Financial Times ha affermato: “Possiamo guadagnare margini maggiori. Siamo troppo basati sul lavoro manuale, il che ci rende esposti a errori e inefficienze. C’è molto che possiamo imparare dalle macchine e possiamo fare molta meccanizzazione. Diamo lavoro a 97mila persone e la maggior parte dei nostri competitori ha metà di quegli impiegati.”

La Finanza, la Globalizzazione e le forme più cruente di neoliberismo, hanno dichiarato guerra ai salari ed ai salariati. Così nello spicchio che riguarda l’Italia, abbiamo deciso di parlarne con Maurizio Landini, sindacalista storico e segretario generale della FIOM-CGIL per 7 anni. Oggi riveste un ruolo nella Segreteria Nazionale della CGIL, e nel 2015 presentò agli elettori la “Coalizione Sociale”, un soggetto politico-sindacale che attirò le simpatie di diversi esponenti della sinistra.

Landini, mi è arrivata la “Busta Arancione” dell’INPS in cui mi prospettano il diritto di pensionamento a 71 anni d’età e 50 anni di contributi. Boeri esalta questi risultati, ma è possibile che non esista un modello alternativo?

“Certo che può esistere, a patto che non si usino i lavoratori e pensionati principalmente per fare cassa e risanare i disastri di bilancio provocati da altri, non certo da chi lavora per una vita pagando le tasse e versando i contributi; A patto di cambiare l’indirizzo che ha segnato le scelte di tutti gli ultimi governi, di centrodestra come di centrosinistra. Siamo il Paese europeo con l’età pensionistica più alta e l’unico ad avere un sistema completamente contributivo; Con la conseguenza che per chi oggi è giovane o per chi ha iniziato a lavorare negli anni 2000 la pensione arriverà a tarda età , e non sarà sufficiente per vivere.

Bisogna abbassare, non continuare ad alzare l’età pensionistica per tutti, prevedere per la persona a partire dall’età di 62 anni che possa scegliere un’uscita flessibile, e abbandonare il dogma del solo contributivo. Altrimenti solo chi può permettersi un’assicurazione privata potrà avere una pensione dignitosa. Inoltre bisogna provvedere che con 41 anni di contributi versati si ha diritto all’uscita anticipata e in ogni caso permettere a chi fa lavori gravosi di poter andare in pensione prima degli altri.

A questo proposito non va bene quello che sta facendo il Governo, che mantiene in vigore un meccanismo che innalza progressivamente l’età pensionabile (che così nel 2019 arriva a 67 anni e 7 mesi) e riduce gli importi dell’assegno in un  rapporto perverso tra l’aspettativa di vita e i coefficienti di calcolo. Mentre non si affronta fino in fondo il problema dei lavori usuranti e gravosi, per cui lavorare alla catena di montaggio con ritmi vincolati, è considerato ancora quasi uguale a fare il notaio o l’avvocato.

Per questo se nei prossimi giorni il governo non cambierà posizione chiameremo le lavoratrici, i lavoratori, e i giovani a mobilitarsi e scendere in piazza.”

Quando provò il Governo Berlusconi ad abolire l’Articolo18, ci fu una grandissima mobilitazione delle parti sociali ed attenzione mediatica. Con il Jobs Act il tratto di penna sui diritti, per Renzi, è stato facile. Perché alla sinistra è concesso propinare misure di welfare amare?

“I governi vanno giudicati soprattutto per quello che fanno, almeno dal punto di vista sindacale. Noi, la Cgil, non abbiamo concesso a Renzi ciò che abbiamo impedito di fare a Berlusconi: Contro il Jobs Act abbiamo manifestato e  fatto uno sciopero generale, dopodiché Renzi ha tirato diritto e noi abbiamo risposto proponendo – per la prima volta nella storia della Cgil – tre referendum abrogativi. I quali hanno imposto la modifica di una parte di quella legge, e con la presentazione in Parlamento di una nuova Carta dei diritti universali delle lavoratrici e dei lavoratori per aggiornare e migliorare lo Statuto – che il Governo ha violentato con il Jobs act – estendendo le tutele anche al lavoro autonomo.

Di certo, in tutto questo, siamo stati poco supportati dalla politica. Se un partito che aderisce all’internazionale socialista arriva a dire che la cosa più a sinistra oggi possibile è il Jobs Act, cioè rendere più facili i licenziamenti, vuol dire che si è determinato un rovesciamento culturale inaccettabile: Il mercato viene prima dei diritti delle persone, ma questo è un problema più generale, relativo al fatto che da tempo il lavoro è privo di una sua rappresentanza politica.”

Il sindacato oggi appare lo spauracchio a cui s’aggrappano soltanto coloro i quali hanno ancora qualcosa da perdere. Giovani e precari sono totalmente avulsi dalla rappresentanza. C’è stato dolo o pigrizia, nel non osservare per tempo i mutamenti del mercato del lavoro?

“Certamente siamo rimasti un po’ fermi mentre il mondo del lavoro cambiava rapidamente e il precariato dilagava. È vero, anche le attuali organizzazioni sindacali hanno sbagliato,  dovevano essere più attente, più ‘agili’ e cambiare per proporsi di rappresentare tutto il lavoro.

Ma se i giovani oggi trovano solo impieghi precari, che sono per loro natura molto difficili da rappresentare, la responsabilità non è del sindacato bensì della politica che ha sfornato leggi che hanno accompagnato e assecondato – in alcuni casi persino stimolato – la precarizzazione del lavoro fino a ridurlo a una merce come un’altra. Una merce a basso prezzo, per altro, dando vita all’assurdo dei lavoratori poveri, una condizione che non riguarda solo i giovani con impieghi saltuari ma anche i lavoratori ‘tradizionali’, quelli che un tempo venivano definiti ‘garantiti’.

Oggi ‘garantito’ non è più nessuno nel mondo del lavoro subordinato, per cui non si può nemmeno dire che il sindacato sia una scialuppa di salvataggio per le generazioni più anziane: Il sindacato esiste ed esisterà solo come luogo in cui si ritrovano e organizzano le diverse forme di un lavoro che l’attuale sistema economico tende a dividere, impoverire e mettere in competizione reciproca. Senza differenze. È questa la frontiera del cambiamento per affermare un nuovo sindacato.”

Caso Ilva. A Taranto il Sindaco impugna dinanzi al TAR il Dpcm sulla bonifica, reputandolo insoddisfacente. Intanto le scuole chiudono e i residenti girano con la mascherina. È plausibile salvare l’occupazione e la salute pubblica in quell’acciaieria?

“Non solo è possibile, è doveroso, perché il futuro di quella città e di quei cittadini – a partire dai lavoratori, ma non solo – non può prescindere dall’Ilva.

Quella fabbrica, con tutto ciò che significa, nel bene e nel male, non si cancella o rimuove. È urgente risanare tutta l’area per garantire la salute delle persone e rilanciare la produzione, perché l’acciaio è strategico per il futuro industriale di un Paese. E che sia possibile tenere insieme salute e lavoro – come stiamo cercando di fare nella difficile trattativa in corso con la nuova proprietà – lo dimostrano tanti esempi nel mondo: Guardate la Germania, dove la Ruhr è stata bonificata e dove si produce acciaio senza i guasti ambientali e per la salute che vediamo a Taranto.

Certo, per fare questo serve avere una visione del futuro, dotarsi di una politica industriale e non fare scelte miopi dettate solo dalla convenienza immediata, perché questo è stato fatto nel passato – dalla privatizzazione dell’Italsider in poi, in particolare dai Riva che hanno lucrato sul lavoro degli operai e sulla salute di tutti.

Da questo punto di vista il ruolo dello Stato e  delle amministrazioni locali – cioè della politica – deve essere molto preciso e non può essere nemmeno solo di “arbitro”: Il ‘pubblico’ deve essere un soggetto attivo, controllando, dando indirizzi, investendo risorse, fino a diventare gestore, per non lasciare in mano ai privati la sorte di settori strategici, determinanti per la vita del Paese e dei cittadini.

Nel caso dell’Ilva noi della Cgil continuiamo a rivendicare un ruolo attivo nella proprietà della Cassa depositi e  prestiti.”

L’ex compagnia di bandiera Alitalia vola ancora in un cielo torbido. Nazionalizzare asset strategici può essere la via maestra, o è solo retaggio di un approccio novecentesco?

“L’Italia di oggi vive le conseguenze di un’ubriacatura, quella per le privatizzazioni. Una vera e propria sbornia da cui non ci siamo ancora ripresi, che ottenebra le menti e non fa capire come ci siano degli asset strategici per un Paese su cui l’intervento pubblico non solo è auspicabile, ma è necessario.

Non è un retaggio novecentesco, è ciò che fanno i grandi Paesi industrializzati, persino dove il ‘libero mercato’ è quasi una religione, come è accaduto per l’auto negli Usa.

L’Alitalia dovrebbe essere uno di questi asset, purtroppo ha invece vissuto una versione perversa dell’intervento pubblico, quella che ha subordinato il merito alle convenienze politiche. La crisi dell’Alitalia è stata usata per fare campagna elettorale – come fece Berlusconi ai tempi della cordata italiana dei ‘capitani coraggiosi’ – invece di confrontarsi sui progetti, come si doveva fare con l’offerta d’acquisto di Air France. Sarebbe stato meglio “andare a vedere” fino in fondo, discutere, contrattare e accettare.

Questo malcostume, questo uso distorto dell’intervento politico si è tradotto in costi per le casse pubbliche e per l’occupazione, senza mai risolvere la situazione. Anche in questo caso emerge un problema culturale, l’egemonia di una perversione finanziaria a scapito dei progetti industriali.”

Pratiche come la somministrazione fraudolenta del lavoro, demansionamento, de-inquadramento, videosorveglianza, sono state tutte depenalizzate ed incanalate nella contrattazione collettiva. Poi però la Cgil (così come le altre confederazioni) ha fatto grandi battaglie in nome di assenteisti, fannulloni, o indennità varie. Non ha anche lei il sentore che il “privilegio” sia stato più importante dei diritti fondamentali dei lavoratori?

“Per quanto ci riguarda – come Cgil – non credo proprio si possa parlare di difesa di privilegi. A meno che non si ritenga che lo siano dei diritti conquistati con le lotte e la contrattazione. Non ricordo di aver mai speso o sentito spendere da un nostro sindacalista neanche una parola a difesa dell’assenteismo, a meno che per assenteismo non si intenda un’assenza per malattia.

Mi sembra che scambiare per privilegi i diritti sia frutto della stessa subcultura che ha impoverito economicamente, culturalmente e politicamente l’Italia, degradando il lavoro e i suoi soggetti.

Se poi si tratta di aggiornare alla luce dei cambiamenti del mondo i diritti fondamentali di chi lavora, credo si possa fare in due modi: Assecondando la selezione e aumentando le diseguaglianze come ha fatto Renzi con il Jobs Act, o cercando di offrire risposte che diano dignità e voce a chi per vivere deve lavorare, come abbiamo cercato di fare ad esempio presentando in Parlamento una proposta di legge d’iniziativa popolare – firmata da milioni di persone – che riscrive e aggiorna il vecchio Statuto dei lavoratori con la Carta dei diritti universali.”

Si è parlato spesso di Landini in politica. Allora la Fedeli dopo anni nel tessile è stata cooptata all’Istruzione, lei quale Ministero gradirebbe?

Sono – e resterò – un sindacalista, non ho altro da dichiarare.

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