Le società segrete: la Carboneria in Puglia

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Dopo la sconfitta di Napoleone e il ritorno dei Borboni nel Regno di Napoli, anche la Puglia, come tutta l’Europa, fu coinvolta in un generale processo di Restaurazione.
Tra dure repressioni e l’imposizione di nuove leggi, essa intese cancellare, con un colpo di spugna, le più importanti riforme degli anni precedenti.

Per fermare questo processo, si diffusero nuovi fermenti rivoluzionari e si costituirono le società segrete.

In vero, nel Meridione d’Italia, queste società erano operanti già prima della Repubblica Napoletana del 1799. Due erano state le principali fazioni in campo: i Giacobini da una parte, i Realisti dall’altra.
Sia gli uni che gli altri si muovevano clandestinamente: i primi erano convinti assertori che la libertà, l’indipendenza e il buon governo si potessero ottenere soltanto con una Repubblica democratica; i secondi erano manovrati dai Borbone ed appoggiati dal clero e ritenevano che i giacobini fossero nemici del Papa, di Cristo e del Trono e, come tali, dovessero essere eliminati.

Intorno al 1807, nacque la Carboneria.
Introdotta nel Regno delle Due Sicilie da alcuni ufficiali transalpini, essa intendeva diffondere, tra intellettuali e nobili illuminati, il pensiero giacobino.
Qualche anno dopo il governo repubblicano di Gioacchino Murat istituzionalizzò il movimento, conferendogli il necessario riconoscimento politico e tutelandolo legalmente.

Presto, si diffusero sette carbonare in tutto il Sud. Il fine della loro azione era l’emancipazione di ogni uomo e la sua uguaglianza di fronte alla società, alla legge e a Dio, pertanto esse miravano ad ottenere una nuova Costituzione.

Alla Carboneria potevano aderire sia gli uomini (chiamati buoni cugini), sia le donne (chiamate sorelle giardiniere). L’emblema di ogni setta riportava alcuni simboli caratteristici, come la croce drappeggiata, la corona di spine, il fascio e la scure, la spada, la bilancia, la scala, o, ancora, Marte e Pallade Frigia, l’albero, il sole, la terra, l’acqua, il Vangelo, o il Cristo.
Questi simboli erano collocati intorno ai vertici di due triangoli equilateri intersecanti, uno dei quali capovolto sull’altro nella parte mediana. I lati dei triangoli erano spesso costituiti da lunghe catene, a testimonianza delle sofferenze del Cristo, redentore degli oppressi.

La Carboneria era, insomma, la società degli umili e dei perseguitati e Cristo era considerato il primo carbonaro.

L’iniziazione alla società avveniva con riti molto complessi, che avevano del simbolico e del misterioso. L’iniziato era condotto nella “baracca” (il covo della setta), in un luogo segretissimo; qui, alla presenza di persone incappucciate, era sottoposto ad una serie di domande e ad alcune prove di coraggio. Se l’aspirante carbonaro superava gli ostacoli e dimostrava di possedere ingegno, fede e coraggio veniva ammesso e giurava eterna lealtà, firmando con il suo stesso sangue una pergamena.

Ogni affiliato non conosceva altro che i superiori immediati della vendita (setta) di appartenenza, ai quali doveva cieca obbedienza. Per riconoscersi, i carbonari dovevano far ricorso a un complicato sistema di battute, di toccamenti, di passi e, infine, a seconda delle situazioni, ad una sequenza di particolari parole d’ordine.

Dal Fortore a Leuca, si costituirono vendite carbonare in tutta la Puglia.
Le più importanti erano i “Liberi Messapî” in Terra d’Otranto; gli “Spartani della Peucetia”, in Terra di Bari; i “Liberi Daunî” della Capitanata.
Poi ve ne erano molte altre minori, con nomi spesso attinti dalla cultura classica, latina o greca: l’Idro, i Novelli Bruti, i Pitagorici, i Cavalieri di Tebe, i Seguaci di Coclite, i Proseliti di Catone, i Figli della Ragione, gli Alunni di Marte, l’Aquila Imperiale sono solo alcune di queste sette.

Nel 1815, rimpossessatosi del regno di Napoli, Ferdinando IV di Borbone vietò le vendite carbonare.
Nella sua campagna contro le società segrete, il sovrano autorizzò e sostenne perfino una setta a lui fedele, i Calderari. Godendo del favore del governo, i Calderari agivano in modo inconsulto e sfrenato, compiendo violenze e azioni brutali. A guidare la setta, il Principe di Canosa, Antonio Capece Minutolo, graziato da Ferdinando ai tempi della rivoluzione del ’99 e poi schieratosi dalla sua parte, tanto da essere nominato Direttore di Polizia del Regno.

Dopo aver sparso sangue in diversi territori della regione, la setta fu sciolta e perseguitata dallo stesso sovrano.

Numerosi furono i tentativi insurrezionali ispirati dalla Carboneria in quasi tutte le regioni d’Italia: anche la Puglia ebbe i suoi moti…ma questa è un’altra storia.

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Antonio Verardi

Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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