Lo sbarco della Vlora e l’invasione degli albanesi a Bari

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L’8 agosto del 1991, l’Italia scoprì di essere una terra promessa per migliaia di migranti.
Quel giorno venti mila profughi albanesi arrivarono nel porto di Bari, ammassati a bordo della Vlora, una nave partita da Durazzo il giorno prima.
Il bastimento era tornato in Albania con un carico di zucchero, dopo un viaggio a Cuba. Svuotata di tutto il prezioso bagaglio, la nave era stata assalita da una folla che aveva costretto il comandante, Halim Milaqi, a salpare per l’Italia.
Già nel nei primi mesi del ’91 molti albanesi erano scappati verso le coste pugliesi, in cerca di una vita migliore. Fuggivano da una terribile crisi economica e, soprattutto, dalle conseguenze di una lunga dittatura comunista.
Tuttavia, quello di Bari fu un esodo biblico: il più grande sbarco di migranti mai giunto in Italia con un un’unica nave.
La linea del governo italiano era chiara: respingimenti in mare o rimpatrio immediato. Nessuno, tuttavia, sembrava immaginare uno sbarco di tali dimensioni.
Il primo a rendersene conto fu Bruno Pezzuto: l’allora viceprefetto di Brindisi negò l’ingresso della Vlora nel porto della cittadina salentina.
La nave si diresse allora verso Bari, dove arrivò quasi sette ore dopo.
Durante quel lasso di tempo non venne allestito nessun dispositivo di accoglienza e le autorità cittadine, sindaco in testa, furono avvisate quando la nave era già in porto.
Si pensò subito di disporre una sorta di linea di vedette e pilotine all’imboccatura del porto, per rispedire la nave a Durazzo.
Ma Milaqi, circondato al timone da uomini armati e per nulla disposti a tornare in patria, consapevole della ridotta capacità di governo della sua nave e della crescente insostenibilità della situazione a bordo, forzò il blocco, comunicando di avere dei feriti a bordo e di non essere in grado di fare marcia indietro.
La Vlora fu fatta ormeggiare nel punto più lontano dalla città, su una banchina larga una ventina di metri, appena al di là dell’ultimo piazzale di carico, il cosiddetto “molo carboni”.
L’ordine arrivato da Roma fu quello di tenere gli albanesi al porto e di farli ripartire entro qualche ora, al massimo un paio di giorni. Tuttavia, fu subito chiaro che il piano era destinato a fallire: gli albanesi non ci stavano.
Prima ancora che la nave accostasse alla banchina, centinaia di uomini si buttarono in acqua, in cerca di una via di fuga.
Del resto, il viaggio era stato durissimo. Una volta saliti sulla nave era stato impossibile scendere per chiunque. La sala macchine era vigilata da persone armate; a bordo regnava il caos: persone ammassate, caldo insopportabile e mancanza di acqua.
Il molo di Bari si trasformò presto in una “mattonella di uomini“, una massa incalcolabile di persone, fronteggiata, sotto un sole feroce, da poliziotti, carabinieri e qualche reparto dell’esercito.
Si cercò subito di dare i primi soccorsi, cominciando dai feriti e da quelli che cedevano al calore. Le ambulanze iniziarono a fare la spola tra il porto e gli ospedali cittadini; a tutti venne distribuita dell’acqua.
Subito dopo, si cominciò a riflettere sul modo migliore per sfamare e trovare una sistemazione a quelle migliaia di persone.
Nacque così, un po’ casualmente, l’idea di trasferire gli albanesi nello stadio della Vittoria, nella convinzione che sarebbe stato possibile tenerlì lì fino al rimpatrio.
A mezzogiorno gli autobus dell’Amtab cominciarono a trasportare i primi albanesi nel vecchio impianto sportivo e continuarono a fare su e giù fino al pomeriggio inoltrato.
I profughi però avevano capito che, se fossero rimasti “nelle cure” delle autorità italiane, il loro destino sarebbe stato quello di essere rimandati in patria e cominciarono a tentare le prime fughe: gruppi di trenta-cinquanta persone pressavano sulle transenne e sui cordoni di poliziotti al’ingresso dello stadio per rompere il blocco e scappare.
La risposta a queste sortite fu la decisione delle autorità italiane di chiudere i cancelli di ferro che mettevano in comunicazione l’esterno e l’interno dello stadio e di sospendere i trasferimenti dal porto.
Approfittando del caos generale, alcuni profughi si dispersero in città, trovando rifugio nei giardini, alla stazione, presso qualche famiglia, o in chiesa. Molti altri restarono intrappolati nello stadio.
Intanto gli albanesi prigionieri nello stadio decisero di impossessarsi della struttura, cacciando con la forza il personale che sul terreno di gioco si stava occupando di dare assistenza.
Iniziarono così otto giorni di assedio, durante il quale i gruppi più violenti e determinati tennero in ostaggio tutti gli altri.
Poiché non c’era più libero accesso all’edificio, sorse il problema di come assicurare comunque i rifornimenti di acqua e cibo alle cinque-seimila persone che si trovavano all’interno: si arrivò così a lanciare dall’alto di un’autoscala dei vigili del fuoco fardelli di acqua minerale e razioni di cibo. Dopo un paio di giorni si passò alla consegna dei viveri ai cancelli, direttamente nelle mani dei “capi” albanesi che provvedevano in autonomia alla distribuzione.
Al calare della sera iniziava il gioco delle sortite: gli assediati cercavano, ora da una porta, ora da un’altra, il varco giusto per dileguarsi nella notte: non furono pochi quelli che ce la fecero.
La convinzione generale era che l’Italia avrebbe dovuto mostrare la faccia cattiva per impedire nuovi sbarchi: andava chiarito con tutti i mezzi, agli albanesi, che dovevano rimanere a casa loro.
Così, Enrico Dalfino, sindaco di Bari, ottenne soltanto di far montare in uno spiazzo adiacente allo stadio una piccola tendopoli: lì, la sera, le mamme albanesi portavano a mangiare e a dormire i figli più piccoli.
Il nove agosto un traghetto, il “Tiziano”, cominciò ad imbarcare i profughi, mentre a gruppi di cinquanta altri albanesi vennero trasferiti all’aereporto di Palese, per essere caricati sui C130 dell’areonautica.
A tutti viene raccontata una bugia: che il trasferimento era verso altre città italiane, che l’aereo li avrebbe portati a Roma e la nave a Venezia e a Genova.
Ci vollero tre giorni e l’arrivo di altri due traghetti prima che il molo si fosse svuotato del tutto.
L’attenzione si concentrò allora sullo stadio: convincere quelli che erano rimasti lì dentro non fu facile.
Si decise allora di cambiare tattica: il capo della Polizia, Vincenzo Parisi, annunciò che chi avesse accettato di tornare in patria, avrebbe avuto in regalo un cambio di abiti e cinquantamila lire, una piccola fortuna in Albania. Molti accettarono, ma non tutti. Agli ultimi resistenti, dopo altri tre giorni di assedio, venne riservata un’altra bugia: la possibilità di restare in Italia.
In realtà, appena usciti dallo stadio, vennero tutti impacchettati sui pulman e portati all’aereporto, destinazione Tirana.
Il 16 agosto “l’invasione di Bari” era stata respinta.

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Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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