Madeleine, l’ultima opera di Paolo Amoruso

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Leggendo e assaporando le sue rime di leopardiana memoria, sembra quasi che a discettare sull’amore,  sul senso della vita e sulla solitudine  che spesso accompagna gli uomini quando sono di fronte ai propri sentimenti, non sia un giovinotto non ancora ventenne, ma un uomo maturo, saggio e dotato di un’espressività di linguaggio notevole.

Paolo Amoruso (nella foto) classe 1995, nato a Bari, esordisce già nel 2011 con la silloge poetica, Piccole Storie Indaco, ultima sua fatica una raccolta di poesie dal titolo, Madeleine, edito da Terre d’ulivi.

La sua penna tesse trame e parole che diventano ciocche da intrecciare per la  festa e, a volte, lame di un coltello affilato che tagliano l’erba secca di un tempo che non ritorna più. Siamo condannati a ballare soli sul fuoco, fra le incomprensibili visioni dell’abbandono e l’ingiustificata galera del silenzio, così sentenziano i suoi versi così forti e impetuosi, assetati di gridare la verità. Il suo candore traspare nelle sequenze di parole che cercano una collocazione temporale, un’oasi di pace,  una via d’uscita, incastrate in quel sentimento che non brilla più, sparito verso chissà quali lidi.

La poesia è la sua Itaca, terra in cui la carta consente di intingere se stesso, di rispecchiarsi in un essere che non conosceva, un giglio silenzioso e timido, questo è l’uomo capace d’amare. I suoi versi scuotono nel profondo in abissi che non vorremmo vedere mai, sicuri nelle nostre roccaforti di illusioni, imbrogliati tra lettere confuse. Paolo non lesina la nudità delle proprie paure, non finge, si apre e si abbandona ad una lirica appassionata e vibrante, soave e maledetta, densa di luce e arcobaleno, ma anche tenebrosa come una fitta foresta buia.

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