Musica: Maria Gadù, la voce nuova del Brasile

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Nel 2011 siamo stati bombardati dalle radio con due tormentoni, uno di Aloe Blacc (“I need a dollar”) e uno di Maria Gadù (“Shimbalaiè”): del primo si sono un po’ perse le tracce, della seconda è rimasta una scia artistica che l’ha portata quest’anno a calcare il palcoscenico del Teatro Forma per l’inaugurazione della rassegna “Around Jazz” 2017.

La ragazza (all’anagrafe Marya Correa Aygadoux) ha solo 31 anni e una carriera lunga ancora da percorrere. Le premesse del suo curriculum sono serie e valide. E’ facile diventare musicisti in una famiglia di musicisti (la madre Maysa è stata una famosa cantante) ma è difficile poi trovare uno stile personale e vivere una vita artistica indipendente svincolata dalle inevitabili influenze dell’ambiente familiare.

Comunque Maria si forma imparando a suonare la chitarra da sola e ascoltando le composizioni di Chico Barque e Marisa Monte. Fa la gavetta esibendosi nei locali di San Paolo e nelle piazze delle città europee con la chitarra a tracolla.

La prima volta che la ascolta Caetano Veloso rimane folgorato, e l’incontro segna la svolta. La consacrazione arriva con il tour insieme a Veloso e con la pubblicazione di “Shimbalaiè”, un singolo che fa il giro del mondo e arriva primo in classifica anche in Italia. Da allora la Gaudè ha inciso quattro dischi e venduto un milione di dischi. Dopo la “benedizione” di Veloso è arrivata anche quella di Milton Nascimento e numerose candidature per i Latin Grammy Awards.

Viste queste credenziali Michelangelo Busco, direttore artistico del Teatro Forma, l’ha invitata, e ancora una volta ha colto nel segno facendo registrare il sold out.

IL CONCERTO AL TEATRO FORMA

Maria si presenta in versione strettamente acustica, utilizzando a volte anche la chitarra elettrica. Siede su uno sgabello dal quale non scende mai, sorseggia vino, dialoga e scherza col pubblico, mentre è circondata da vari spot di luci sul palco. Il suo set rivela una cantautrice di razza che prende le mosse dalle radici tradizionali ma al tempo stesso sembra che se ne voglia allontanare. E’ uno scrigno di sonorità da assaporare con calma e discrezione.

Sono composizione nuove o vecchie in nuovi arrangiamenti, così come nel suo ultimo disco “Guela” del 2015, interamente dal vivo. Con la sua voce suadente e a tratti potente, penetrante, si ascoltano musicalità inedite, ibride soprattutto, non indifferenti a escursioni nel rock, nello sperimentalismo e anche nel jazz. E’ una miscela gradevole e discreta, mai invadente, e sempre rispettosa, sinceramente ispirata, spesso capace di arrivare dritta al cuore nei suoi momenti sentimentali.

Abbiamo ascoltato una cantante dalla maturità sorprendente: fa registrare un primo superamento degli insegnamenti dei suoi maestri ma non lascia capire molto quali saranno i suoi prossimi passi. “Ela”, “Hà”, “Bela Flor”, “Lounge”, “Vaga” sono parte di un percorso artistico insieme vario e monotematico. C’è impegno politico, anche, in “Axe acapella”, c’è grande intensità in “Altar particular”, c’è sofferenza in “Dona Cila” dedicata alla nonna scomparsa, c’è forza nel jazz che canta ricorrendo allo scat. Per ascoltare “Shimbalaiè” bisogna aspettare il bis, a significare che il suo classico (scritto all’età di 10 anni) appartiene al passato e che la ricerca va in altre direzioni.

E il pubblico è in piedi ad applaudire.

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