Mondo del lavoro e giovani: tra fughe all’estero e nuove prospettive

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+246.000 unità rispetto al mese di ottobre del 2016 e tasso di disoccupazione stabile all’11,1%: sono questi i numeri della ripresa del mercato del lavoro in Italia, dove i nuovi contratti crescono con un ritmo persino maggiore rispetto ai livelli pre-crisi e il numero delle persone senza un’occupazione cala di pari passo con quello dei soggetti inattivi (rispettivamente di un 1,1% e di uno 0,4% nel trimestre agosto-ottobre 2017).

La ripresa dell’economia italiana, la crescita del PIL superiore alle attese – con stime di un +1,6% riviste al rialzo dall’Ocse proprio in questi giorni – e l’aumento della fiducia di consumatori ed imprese sono alla base degli incoraggianti numeri sull’occupazione, che, in più, vede diminuire le forme di contratto atipiche ed ampliarsi il bacino dei lavoratori dipendenti.

Nota positiva anche sul delicato fronte dell’occupazione giovanile: ad ottobre, il tasso di disoccupazione tra i 15-24enni era in calo al 34,7%, il dato più basso registrato dal 2012.

Nonostante i numerosi segnali positivi consolidatisi nel 2017, non si inverte la tendenza che negli ultimi anni ha visto quote sempre maggiori di italiani, giovani e non solo, emigrare all’estero in cerca di possibilità e condizioni lavorative migliori.

Se la ripresa delle rispettive economie nazionali e l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea sembrerebbero aver arrestato la fuga all’estero dei ragazzi spagnoli, portoghesi ed irlandesi, per i giovani italiani la situazione appare ben diversa: le richieste di “national insurance number” pervenute agli uffici del Dipartimento del Lavoro di Londra dall’Italia hanno toccato quota 60mila nel periodo giugno 2016 – giugno 2017, confermando un trend in costante crescita.

A spingere i giovani italiani a trasferirsi all’estero è la ricerca di un mondo del lavoro più meritocratico, di salari più ricchi e di maggiori prospettive di carriera. Tuttavia, a pesare sono anche le mancanze dell’università italiana, gli ostacoli burocratici e fiscali che soffocano le giovani imprese e le difficoltà nel tradurre titoli di studio e conoscenze acquisite durante il percorso formativo nelle competenze pratiche richieste dalle aziende.

Porre un freno alla perdita di una forza lavoro giovane e, spesso, con un alto livello di istruzione, rappresenta forse la sfida più importante per l’Italia, che inoltre si trova a fare i conti con un sempre più netto invecchiamento demografico (nel 2016 i nuovi nati erano 474mila, il dato più basso dall’anno dell’Unità di Italia).

Il cammino verso un mercato del lavoro più aperto alle nuove leve passa innanzitutto attraverso politiche mirate a rendere più competitiva l’offerta formativa di scuole ed università italiane.

Le prime iniziative in questo senso sono arrivate già nel 2015, con il debutto del piano “Buona Scuola”, che, oltre a prevedere una maggiore autonomia dei singoli istituti nella gestione di personale docente e piani di studio, introduceva l’alternanza scuola-lavoro e la possibilità di stage in azienda per tutti gli alunni delle scuole secondarie superiori.

Parallelamente, anche l’offerta dei corsi di formazione post-laurea e dei master dedicati alla formazione continua e all’aggiornamento delle conoscenze si è evoluta, non solo elaborando un’offerta formativa sempre più specialistica ed orientata all’apprendimento di specifiche abilità operative, ma anche avvalendosi di nuovi strumenti e metodi di insegnamento.

Il settore business management è quello che attualmente vanta gli standard qualitativi più elevati: il programma di studio dei moderni master in controllo di gestione, ad esempio, affianca alle tradizionali lezioni frontali in aula esercitazioni basate sull’analisi di case study alla presenza di esperti del settore, riservando particolare attenzione allo sviluppo della padronanza degli applicativi standard.

Il caso delle Business School, che vantano riscontri molto positivi in termini di spendibilità delle figure professionali formate, descrive in modo chiaro un modello che funziona e al quale già da anni si ispira l’offerta formativa di molti grandi atenei internazionali.

Le criticità del sistema Italia sono ancora numerose e generare un ecosistema capace di invertire le attuali tendenze ed iniziare ad attrarre giovani talenti rimane una sfida ancora aperta.

Cogliere le occasioni create dall’evoluzione del mercato del lavoro, come la tanto discussa “digital transformation” che sta rivoluzionando i metodi di produzione e il modo di fare impresa, rimane la vera chiave per vincere la scommessa con il futuro.

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