Cinque motivi per tifare Pink Bari: 1. Il tifo

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Prima Giulia Olivieri racconta di non aver mai giocato davanti ad un pubblico così numeroso (e rumoroso). Poi Doriana De Palo e Isabella Cardone parlano dalla prerogativa tutta barese del dodicesimo uomo in campo. Sì, è vero, la tifoseria della Pink Bari colpisce per la passione con cui segue le biancorosse, nulla da invidiare alla colorata ed organizzata Nord dello Stadio San Nicola. Guardare la Pink significa riabbracciare un calcio che nelle alte sfere del professionismo ha perso quel sapore genuino di un tempo. Ecco un piccolo assaggio.

Se non si conosce l’ambiente, ci si aspetta di varcare la soglia dell’Antonucci di Bitetto e trovare pochi, sparuti spettatori interessati a seguire le gesta di undici ragazze che prendono a calci un pallone. A queste latitudini poi, una ragazza che gioca a calcio può apparire sacrilego. Sfido chiunque a non aver diffidato dell’amica che, in una sera di fine estate, declina un invito con un “mi spiace, ma questa sera ho l’asta del fantacalcio“.

Torniamo all’Antonucci di Bitetto. Oltrepassiamo il monumentale accesso del campo sportivo di Bitetto e ci imbattiamo in una tribuna gremita e allestita “di tutto punto”: sciarpe, bandiere, striscioni, nuovi e vecchi colori sociali. Per qualcuno aver abbandonato gli originali rosa-blu per sposare, in nome del marketing, il classico bianco-rosso barese è la “superstiziosa” causa delle prime balbettanti uscite della squadra. Attaccamento alla tradizione che è indice di una storia che va al di là delle ultime due annate, caratterizzate dall’imperiosa cavalcata in serie B e la prima stagione nella massima serie: la Pink esiste dal 2001, e sin da allora si sognava di calcare i prestigiosi rettangoli di gioco della serie A.

All’Antonucci ci trovi di tutto: curiosi, “mah, guardiamole a queste“, ragazzi e ragazze dei settori giovanili delle squadre di periferia, uomini, donne, genitori in bilico fra il “che ci faccio qui” e il tifo spudorato per l’atleta di famiglia. Si resta stupefatti dalle signore imbellettate che masticano con la stessa competenza questioni tecniche, “la giochiamo a terra questa palla?“, ed osservazioni poco decoubertiniane, “ma guardala questa scema, fa fallo e ride pure” (durante la sfida in casa contro il Pordenone, n.d.r.).

Perché se pensate che gli spalti del calcio femminile siano il tripudio del volemose bene, sbagliate di grosso. Quando in campo ci sono un pallone, dei calzettoni e la maglia da onorare, sugli spalti bisogna attrezzarsi per far sentire  il fiato sul collo avversarie, specie se quotate, e intimorirle con cori e presenza, fisica e acustica. Non vi stupite, quindi, se durante la partita qualcuno in tribuna protesterà per il troppo silenzio con un poetico “siete così muti che sento il gorgoglio della caffettiera della signora di fronte“. Anche l’arbitro vuole la sua parte (di insulti, siamo in Italia): “Arbitro, oggi è Tutti i Santi, non la Befana“, come lo stesso poeta del tifo biancorosso-rosablu ha bacchettato il direttore di gara della sfida contro il Pordenone.

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Laureato in Scienze della comunicazione, vive una condizione mentale-lavorativa a suo dire schizofrenica: cerca con insistenza di unire in un’unica professionalità il suo amore per il web e la scrittura. Ama la Puglia e per questo, nonostante le difficoltà ha deciso di restare qui.

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