Anche nel calcio femminile si marca “a uomo”

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Lo chiamano calcio in gonnella, forse per rimarcare la differenza con chi, quando entra sul terreno di gioco, indossa i pantalon-cini. Eppure, dalle ragazze della Pink Bari, gli uomini potrebbero imparare davvero molto sul significato reale della parola sport. Moltissimo.

Innanzitutto, il connubio grinta-passione. Nello scorso campionato, la Pink ha conquistato la promozione in serie A lottando punto su punto, campo su campo, partita dopo partita. Questa stagione è iniziata con tre vittorie perentorie (5-0, 5-0, 2-0) sulle malcapitate Apulia Trani, Salento Woman e Chieti, che hanno permesso alle baresi di raggiungere il terzo turno della Coppa Italia. Guai però a cullarsi. Dopo il sonoro 5-0 rifilato alle salentine nel derby, mister Isabella Cardone ha richiamato all’ordine le sue calciatrici. Chiedeva maggior concentrazione, perché la serie A non è uno scherzo. E con il Chieti sono arrivate le prime risposte. Grinta e tensione nervosa sembrano quelle giuste.

La passione la si evince dalle piccole cose. La Pink è una squadra dilettantistica, e forse è prevedibile un contesto depurato dalle tossine del professionismo degli ultimi anni, che al pallone calciato con impeto e decisione ha preferito un narcisistico palleggiarsi allo specchio.

Viste da vicino, si scopre che una delle attaccanti più prolifiche della squadra ha iniziato in ritardo la preparazione a questa stagione per motivi di studio, e che nonostante la Pink Bari giochi gli incontri casalinghi a Bitetto, un discreto numero di tifosi è disposto a sacrificarsi ogni due domeniche per godersi le gesta delle proprie beniamine.

Le si vede scendere in campo con la cattiveria agonistica del mediano Carmela Anaclerio, l’eleganza delle terzine Debora Novellino e Saida Akherraze, la sicurezza fra i pali di Giuseppina Di Bari e la tecnica individuale di Lucia Ceci, solo per citarne alcune. Nessuna ha qualcosa da invidiare ai più blasonati ed idolatrati colleghi uomini.

C’è da chiedersi se una malcelata diffidenza maschilista ha relegato il rosa, colore sociale della formazione femminile, al mesto ruolo di un biancorosso sbiadito. O forse, c’è da chiedersi se questo sano ed appassionato modo di vivere il calcio non sia degno di maggior risalto sulle pagine sportive locali. Non solo per i risultati.

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Laureato in Scienze della comunicazione, vive una condizione mentale-lavorativa a suo dire schizofrenica: cerca con insistenza di unire in un’unica professionalità il suo amore per il web e la scrittura. Ama la Puglia e per questo, nonostante le difficoltà ha deciso di restare qui.

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