Nel Gioco del Jazz: Gran finale con Avisahi Cohen [Gallery]

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E’ toccato ad Avisahi Cohen chiudere ufficialmente l’ottava rassegna, “Imagine” dell’associazione “Nel gioco del jazz”. Ancora un nome prestigioso per una kermesse che ogni anno cresce di spessore e qualità.

Avisahi è un trombettista israeliano, da non confondere con l’omonino contrabbassista, anch’egli passato qualche anno fa sulla scena barese. Il trombettista a quasi 40 anni si può considerare un emergente di lusso sulla scena internazionale, sempre più richiesto nei più importanti jazz festival. Nato a Tel Aviv in una famiglia di musicisti, ancora adolescente ha suonato nell’Orchestra Filarmonica di Israele. Si è poi trasferito poi negli Stati Uniti, dove ha frequentato il Berklee College di Boston. Nel 1997 si è classificato terzo al contest intestato a Thelonius Monk. La stampa specializzata lo ha definito “il più emozionante musicista jazz israeliano del mondo”. Con queste credenziali è salito sul palco di un Teatro Forma al gran completo.

Il concerto era intitolato “Into the Silence”, un disco sofferto ed introverso che descrive il dolore del musicista per la perdita del padre David. Il cd è stato inciso nel 2015 nel sud della Francia sei mesi dopo la morte del genitore per l’autorevole etichetta tedesca ECM con la produzione di Manfred Eicher. In realtà però la prima parte del concerto è stata dedicata alle composizioni dell’ultimo lavoro discografico “Cross My Palm with Silver”. Da qui è stato tratto il brano d’apertura “Will I Die, Miss? Will I Die?”, con un forte richiamo ancora alla morte.

Musica di ampi respiri, visioni aeree e una grande vena malinconica nell’incedere lento. Ma la sofferenza cede presto il passo a un discorso più articolato e frammentario in cui si fatica a trovare una chiave di lettura certa, anche quando si riesce a ricomporre una trama unitaria: la ritmica vibrante, nevrotica tende a confondere ogni tratto d’unione. Si torna alle riflessioni dolorose con “Life and Death”, nel quale si accende una linea melodica, cantabile, ricca di chiaroscuri con luci di vita e presagi di morte. La musica si veste di lirismo e stabilisce un flusso empatico con il pubblico, mentre lo stato d’animo contemplativo del musicista si trasforma in un’elegia ispirata e impressionista. E arrivano anche il pianismo maestoso dalle tinte blues di Yonathan Avishai, la solida base armonica di Yoni Zelnik al contrabbasso, il drumming di Nasheet Waits, ora deciso ora ovattato dal gioco di spazzole. Il concerto così si arricchisce di assolo e dialoghi in una corrente di idee continue. In “Quissence” è il basso a dominare con ritmo ipnotico, continuo, sempre uguale a sé stesso, e a conferire superba intensità a una composizione che sottolinea la consapevolezza della rassegnazione.

Si chiude proprio con “Into the Silence”, dove il silenzio non può essere vuoto ma è uno spazio colmo di suoni: scaturisce da una dimensione interiore che è nostalgia, ricordo, ma anche una reazione che reclama la vita.

“Il silenzio ascolta, esamina, osserva e analizza – ha scritto Josè Saramago, premio Nobel della letteratura – Il silenzio è fecondo”.

La stagione di “Nel gioco del jazz” in realtà non finisce qui: ci saranno altri due appuntamenti fuori programma. Il primo è fissato per il 19 maggio con il quintetto del chitarrista milanese Pietro Condorelli; il secondo è previsto per il 26 luglio nientemeno che con Charles Lloyd. Per la prossima stagione si fanno già i primi nomi: per ora si parla di trombettisti del calibro di Boltro, Rava, Bosso, Dave Douglas. Le sorprese non mancheranno; la buona musica neanche!

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