Più consapevoli, meno sole. Il progetto dell’Itc Lenoci contro la violenza sulle donne

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Alla vigilia della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, è partito un progetto che vede protagonisti gli alunni dell’istituto tecnico commerciale Lenoci di Bari, che nel settore informatico, amministrazione finanze e marketing e nel segmento sportivo, è frequentato prevalentemente da studenti di genere maschile.

 “E’il secondo anno che la Cgil di Bari decide di affrontare una discussione con gli studenti degli istituti superiori su un tema quale la violenza di genere, che secondo noi necessita di un coinvolgimento degli uomini non solo nell’analisi del fenomeno, ma soprattutto nel modo di discuterne. La violenza di genere non può più essere un argomento esclusivamente delle donne: è questa l’inversione di tendenza culturale che deve avvenire e che non possiamo più rimandare, ribadisce con forza il Segretario Generale della Cgil Bari, Gigia Bucci. Per questo abbiamo deciso di lanciare un progetto che coinvolga tutte le scuole superiori di Bari e che domani partirà dall’istituto Lenoci.

Nelle scorse settimane alunne e alunni sono stati chiamati a rispondere ad un questionario sulla violenza di genere elaborato dal coordinamento politiche di genere della CGIL di Bari, i cui risultati saranno alla base di un dialogo interattivo che i relatori apriranno direttamente con i circa 200 ragazzi delle otto classi coinvolte.

“Una scelta, quella di dialogare con i ragazzi e le ragazze, che parte dalla urgente necessità che si ha oggi di modificare un impianto culturale a partire proprio dal corretto utilizzo delle parole. C’è un problema di cultura e di linguaggio e le parole – conclude la Bucci – spesso si trasformano in armi utilizzate dagli uomini per colpire le donne. Questo non deve più accadere”.

PIU’ CONSAPEVOLI, MENO SOLE

E’ questo il titolo dell’iniziativa svoltasi questa mattina nell’Auditorium dell’Itc Lenoci, in via Caldarona a Bari.  Dopo i saluti del dirigente scolastico Cataldo Olivieri, la sociologa Letizia Carrera ha presentato i risultati della ricerca sulla violenza di genere a cura della Cgil di Bari.

Ecco la sintesi della ricerca 

Quando si discute di temi di genere, nonostante gli evidenti “passi avanti” fatti in questi anni, ci si ritrova a confrontarsi con problemi, già presenti nel dibattito degli anni ’70.

Cosa è successo?

Quando abbiamo smesso di acquisire consapevolezza?

La Cgil della Camera metropolitana di Bari ha scelto di affrontare il tema della violenza contro le donne, cominciando con il fare “un passo indietro”! Si è partiti dal rilevare quanto quella violenza sia riconosciuta.

Si è scelto di andare al di là dei numeri dei femminicidi, al di là dei dati più che allarmanti riguardo il numero di donne che hanno subito qualche forma di violenza, e di cominciare con il comprendere cosa per i ragazzi sia la violenza di genere. Si è proposto ad un campione degli studenti di una scuola secondaria di secondo grado un questionario che chiedeva loro di esprimere una valutazione in riferimento a delle situazioni descritte che appartengono alla quotidianità diffusa.

Tra i questionari riconsegnati, ci sono alcuni set di risposte (la percentuale si attesta oltre il 50% dei rispondenti) che mostrano quanto, almeno teoricamente, vi sia una consapevolezza consolidata in ordine alle scelte più paritarie legate ai rapporti di genere.

Ve ne sono altri (poco al di sotto del 40%) che presentano molte risposte incongruenti, mostrando la confusione che c’è attorno a questi temi e che vivono anche i ragazzi più giovani. Evidenziano cioè una consapevolezza di genere solo parziale e riferita solo ad alcune specifiche situazioni, ma non a tutte. Ad esempio, il fermo rifiuto della violenza fisica, ma non di quella verbale che viene giustificata e considerata non grave.

E, infine, vi è un terzo tipo di rispondenti (siamo oltre il 10%) che, seppure residuali rispetto agli altri due tipi, confermano la presenza, anche in ragazzi molto giovani, di modelli di genere tradizionali. Questi ultimi prendono forma nel ritenere che una ragazza che indossa una minigonna non solo sia a rischio di aggressione, ma “se la sia cercata”; che un uomo ha diritto di schiaffeggiare o di “prendere a calci” la moglie perché ha bruciato la cena; che minimizzano la gravità delle molestie sessuali sul lavoro.

Entrando più nel dettaglio dei risultati della rilevazione, emerge con chiarezza che:

–         molti ragazzi hanno mostrato di avere difficoltà a “vedere” la violenza, a riconoscerne i tratti iniziali e “minimi” (siamo intorno al 40%). La scambiano per qualcosa d’altro. Soprattutto quando questi comportamenti collimano con alcuni dei valori più diffusi: galanteria, eccesso di gelosia…, diritto di “possesso” da parte dell’uomo, tendono a far spiegare gli eventi in modo coerente con i modi di pensare, con i modelli consolidati.

–         In alcune risposte emerge un atteggiamento di “colpevolizzazione della vittima” (siamo oltre il 40%) a partire da un’idea di “corpo” che le ragazze/donne devono saper custodire per non generare situazioni di violenza. Senza problematizzare i modelli di erotizzazione del corpo femminile e la sua “riduzione” a “cosa da prendere” se si presenta l’occasione.

–         traspare, seppure in poche risposte, una rappresentazione stereotipica anche della figura dello “straniero”, nell’opinione di chi mostra di pensare che sposare uno straniero significa un po’ “essersela cercata”

–         il peso del giudizio della propria famiglia in relazione alla scelta di porre termine ad un matrimonio nonostante motivi profondi. Quindi i ragazzi vedono nella propria famiglia un luogo di resistenza dei modelli di genere tradizionali

–         La domanda sul lavoro ha diviso moltissimo i ragazzi intervistati, mostrando la loro difficoltà ad affermare i propri diritti, soprattutto in uno scenario segnato da una perdurante crisi del lavoro. A fronte della proposta di un ipotetico datore di lavoro che chiedesse una rinuncia ad avere figli in cambio del contratto di lavoro (situazione che richiama da vicino il drammatico fenomeno delle “dimissioni in bianco”), il 44% si è detto incerto o addirittura disposto a firmare comunque il contratto.

Proprio l’evidenza del radicamento di alcuni modelli culturali e le resistenze che oppongono ad ogni cambiamento, rendono necessaria una riflessione conclusiva. Giornate come questa sono tasselli fondamentali della più ampia riflessione su temi così complessi e radicati nella vita quotidiana. Queste esperienze, però, è necessario più che opportuno, siano riassorbite all’interno di progetti radicati nel percorso scolastico e che ripropongano con costanza questi temi, rappresentando strumenti necessari per raccogliere la sfida in vista di un cambiamento sostanziale delle rappresentazioni e delle relazioni di genere.

Questo è il percorso non solo verso il riconoscimento della piena dignità delle donne, ma anche dell’”altro” in quanto diverso da noi. Partendo dal riconoscere la dignità e i diritti delle donne in quanto tali, questa maturata consapevolezza culturale e sociale rende possibile estendere quel riconoscimento a diversamente abili, stranieri, omosessuali e altri generi, anziani, bambini, e a tutti gli “altro” che abitano il nostro mondo.

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