Posidonia oceanica, la protettrice delle coste pugliesi

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Posidonia oceanica
Posidonia oceanica

L’autunno è arrivato e, anche voi, durante qualche passeggiata in riva al mare, avrete notato dei cumuli di nastri color marrone scuro che sembrano deturpare il paesaggio ed emanano cattivo odore. Alghe da portar via, avrete pensato. In realtà quel banquette di Posidonia, questo è il termine tecnico, non dovrebbe essere necessariamente un rifiuto da smaltire.

Stiamo parlando dei resti spiaggiati della Posidonia oceanica, non un’alga ma una vera e propria pianta sottomarina, endemica del Mar Mediterraneo. Cosa significa “endemica”? Vuol dire che questa specie vegetale è presente unicamente nel nostro Mediterraneo ed è caratteristica di questa regione circoscritta.

La Posidonia, presente in grandi praterie sottomarine, ha delle radici che la ancorano al fondale e un fusto che funziona come organo di riserva di sostanze che contribuiscono a far crescere la pianta, detto rizoma. I suoi fasci di foglie a forma di nastro, tra settembre e ottobre, perdono la capacità di effettuare la fotosintesi, diventano bruni, si staccano e, per azione del moto ondoso, si accumulano a riva.

Perché parliamo della Posidonia?

Questa specie è presente in Puglia ed è di fondamentale importanza per la conservazione del patrimonio naturalistico e geomorfologico del nostro paese. Le praterie sono incluse nella lista degli habitat prioritari protetti dalla Direttiva Habitat della Comunità Europea (Direttiva 92/43/CEE) e sono considerate SIC – Siti di Importanza Comunitaria.

Queste aree costituiscono il pascolo di numerose specie di pesci, crostacei, molluschi ed echinodermi, preservando la biodiversità, e la loro struttura rappresenta una vera e propria barriera che protegge il litorale. Inoltre, la distribuzione e la sua sensibilità alle attività antropiche di questa pianta, ne fanno un ottimo bioindicatore della qualità delle acque marine costiere.

In cosa consiste questa sensibilità all’inquinamento?

Le distese di Posidonia regrediscono quando:

  • c’è una variazione dell’equilibrio sedimentazione/erosione, questo può accadere a causa alla cementificazione delle coste;
  • le acque e i sedimenti sono eutrofizzati, ossia eccessivamente ricchi di sostanze organiche e/o nutrienti. In questo caso altre specie crescono, riducendo la quantità di luce a disposizione della Posidonia;
  • vi è la presenza di ancoraggi, pesca a strascico e posa di cavi e condotte;
  • c’è un aumento della salinità delle acque, ad esempio a causa degli scarichi degli impianti di dissalazione;
  • sono presenti specie non autoctone che può danneggiare le specie locali che vivono in equilibrio con la Posidonia.

Non solo gli esemplari vivi hanno queste caratteristiche. Gli accumuli di foglie sulle spiagge, i banquette, sono essi stessi ecosistemi da preservare e contribuiscono alla difesa dall’erosione.

Queste montagne di nastri bruni, percepite da noi cittadini come deturpanti, spesso non possono essere lasciate a riva per questioni di igiene pubblica: il materiale va in putrefazione e l’ingombro creatosi non permetterebbe la fruizione della spiaggia. Si passa, quindi, alla rimozione. Le vie da percorrere sono due: le foglie possono essere trattate come rifiuto urbano oppure, nel migliore dei casi, recuperate negli impianti di compostaggio, dove diventeranno concime per l’agricoltura o biocombustibile per la produzione di energia.

La prossima volta, forse, osserveremo con maggiore interesse quella macchia scura di “alghe secche”, così preziose per l’ambiente in cui viviamo.

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