Quando il Salento accoglieva i profughi ebrei scampati alla Shoah

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Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, numerosi campi profughi sorsero in tutta Italia.
Nacquero con lo scopo di accogliere migliaia di ebrei che, sopravvissuti all’Olocausto, avevano raggiunto le coste italiane, nella speranza di effettuare l’Aliyah Beth, cioè di sbarcare in Palestina.
Nell’attesa della partenza, che poteva durare anche cinque anni, essi vivevano in kibbutz e campi di accoglienza che vennero costruiti, tra il 1943 e il 1948, in grandi città come Milano, Torino e Napoli, ma anche in piccoli centri, con una particolare concentrazione sulle coste pugliesi.
In particolare, nel tratto di costa che si estende da Nardò fino all’Adriatico, sorsero moltissimi campi.
A Tricase, Santa Caterina di Nardò, Santa Maria di Leuca e Santa Cesarea Terme vennero ospitati soprattutto ebrei askenaziti che, qui, si rinfrancavano e riprendevano le forze prima di proseguire il viaggio verso la Palestina.
Si trattava di campi gestiti dalla United Nations Relief and Rehabilitation Adminitstration (Amministrazione delle Nazioni Unite per l’assistenza e la riabilitazione), nota con la sigla “UNRRA”; sorgevano spesso all’interno di ex campi di internamento fascista, scuole, caserme, edifici pubblici o, più semplicemente, nello spazio ricavato dall’unione di case o ville, sequestrate agli abitanti del luogo.
All’interno di questi campi vennero presto costruiti asili nido, scuole, mense, biblioteche e vennero avviate attività commerciali, uffici postali e luoghi di preghiera.
A Santa Maria al Bagno, sorse, probabilmente, il campo più grande.
Le autorità militari lo indicarono con la dicitura “Displaced Persons Camp numero 34“.
Samta Maria al Bagno era un borgo di pescatori, fatto di semplici costruzioni e abitato da gente tranquilla, un luogo perfetto in cui inviare i profughi ebrei.
La gente del posto veniva da una convivenza coatta con gli slavi, che si erano rivelati coinquilini turbolenti, si erano impossessati delle case e le avevo deturpate, trattandole con incuria.
Ma con gli ebrei fu diverso.
Nel campo venne allestita una Sinagoga e sorsero una scuola, un ospedale e il servizio postale. Inoltre, furono attivati corsi di falegnameria, maglieria, sartoria, scrittura a macchina, meccanica o pesca per gli adulti.
I profughi venivano sfamati alla mensa gestita dall’UNRRA e avevano a disposizione alimenti come la cioccolata, il pane caldo e la carne, tutto cibo insolito per i salentini, che avevano conosciuto la fame nel periodo della guerra.
Gli ebrei, sin da subito, cominciarono a barattare gli alimenti, scambiando il pane con il pesce, fino a regalarlo semplicemente, come gesto di riconoscimento di grande stima per quel popolo che li accoglieva, così benevolo e accomodante.
Col passare del tempo, i rapporti tra gli ebrei e i salentini si fecero sempre più stretti e amichevoli ed anche la situazione economica della cittadina pugliese migliorò notevolmente, grazie anche al lavoro dei rifugiati, che diedero vita ad attività economiche basate sul commercio del pesce e ad alcuni negozi di vestiario.
I bambini ripresero la vita normale, ricominciando la scuola e rimpossessandosi della felicità di cui erano stati privati.
Si conta che, in quegli anni, nell’ospedale di Leuca nacquero oltre duecentocinquanta bambini ebrei. Figli di giovani madri con un futuro incerto e un passato spezzato, venivano al mondo a pochi metri dalla spiaggia, circondati dal sole e dall’odore del mare, che per i loro genitori significavano molte cose, ma sopratutto una: la libertà.
Ma il dato più rilevante che testimoniò il rifiorire della vita dei profughi fu il gran numero di matrimoni che vennero contratti nel campo numero 34 nel giro di nemmeno due anni. Furono oltre 400 i matrimoni celebrati nel corso di questo tempo.
Uno di questi fu quello di Zivi Miller.
Zivi era un rifugiato taciturno, schivo, che aveva avviato una lavanderia, avvalendosi della collaborazione della sua vicina di casa, Giorgia My, che lo aiutava, sgravandolo del carico di lavoro che aveva accumulato nel corso dei mesi.
La donna fu l’unica ad aprire un varco nel cuore dell’uomo. Lui le raccontò le atrocità che aveva dovuto sopportare: la più grande gli aveva strappato figlio e moglie dalle braccia, per portarli incontro alla morte. Giulia e Zivi si innamorarono, si sposarono nel comune di Nardò e poi partirono insieme per Israele.
Zivi era un pittore, un mestiere che gli aveva consentito di racimolare un gruzzolo che consentiva a lui e alla sua famiglia di vivere degnamente, prima di venire strappati alla vita di ogni giorno e di finire nei campi di concentramento.
L’uomo imparò a dare forma ai suoi pensieri, con un pennello e un po’ di colore, anche durante la permanenza a Santa Maria al Bagno.
Zivi, il pittore, scoprì una casupola abbandonata nei campi incolti che costeggiavano la cittadina e lì si rifugiò realizzando dei bellissimi murales.
Nessun terrore, nessuna delle atrocità che Zivi vide e sopportò nei campi di concentramento sono finite su quei muri e in quei disegni.
C’è, piuttosto, l’impellenza di guardare avanti e il sogno più grande a cui ambire, in quel momento, era semplicemente la Terra Santa, la necessità viva e vera di avere una meta, una terra propria, un sogno che accomunava tutti i rifugiati.
Così, impresse sui muri, ci sono immagini di filo spinato, stuoli di persone che camminano speranzose verso il centro di Santa Maria, la terra promessa simboleggiata sempre da una stella di David inscritta in un sole, una porta d’accesso su una nuova vita.
Al ricordo di queste vicende, alle tracce lasciate dagli ebrei transitati dal Salento, al rapporto con la popolazione salentina, è dedicato oggi il Museo della Memoria e dell’Accoglienza, allestito a Santa Maria al Bagno, proprio nella casa rossa decorata da Zivi il pittore.
L’accoglienza che ebbero gli ebrei a Nardò ha determinato, nel 2005, la concessione alla città, in rappresentanza di tutte le altre, della medaglia d’oro al valore civile.
Eppure, la naturale predisposizione alla convivenza rispettosa da parte della popolazione non era condivisa, spesso, da parte delle autorità.
Queste descrivevano gli ebrei come disturbatori della quiete pubblica, colpevoli di contrabbando e dediti al mercato nero.
Ne derivò, nel ’46, una campagna stampa dai caratteri tipicamente antisemiti, che provocò la reazione degli ebrei: nel Campo di Santa Cesarea Terme essi si lasciarono andare ad atti di vandalismo; a Nardò, i proprietari delle ville che erano state requisite per formare il campo, organizzarono una protesta per chiederne la restituzione e il risarcimento per i danni subiti.
Questi avvenimenti spinsero il prefetto a chiedere alle autorità romane la smobilitazione dei campi, che vennero definitivamente chiusi nel 1947.
Alla fine, più di quarantamila furono gli ebrei passati dai campi del Salento prima di rifarsi una vita in Palestina.
Tra di loro, anche futuri protagonisti delle vicende politiche dello Stato d’Israele, come Dov Shilanski, deputato al Parlamento d’Israele dal 1977 al 1996 e poi Presidente dal 1988 al 1992.

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Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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