Il Sanremo di Baglioni, lo tsunami-Fiorello, la musica e i cantanti: tutto secondo copione

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Fiorello mattatore!” strillano oggi giornali e telegiornali targati MammaRai. Indubbiamente, Rosario ieri è stato uno tsunami, tra battute e duetti con Baglioni è riuscito nella mirabolante impresa di lasciare in attesa in collegamento telefonico Laura Pausini. Senza dimenticare la parentesi su Erdogan e la sua visita romana, una divertente e ferocissima disamina talmente intelligente che il pubblico non ha nemmeno riso. Se si pensa il contesto, è un po’ come se Emilio Fede avesse lasciato la cornetta sul tavolo mentre Berlusconi gli dice dove piazzare le bandierine post-voto elettorale. Se aggiungiamo un’incursione del Cavallo Pazzo del nuovo millennio gestita con garbo, eleganza e una ottima dose di paraculaggine, il gioco è fatto.

Ma, se riduciamo tutto a Fiorello, allora possiamo chiudere Sanremo oggi stesso. Perché stasera lui non ci sarà.

E allora, che cosa resta?

A discapito della cattiveria che profondiamo in diretta sui social network, è ineccepibile che Baglioni ha confezionato un Festival pulito, simpatico, nazional-popolare al punto giusto. Insomma, una via di mezzo tra una clamorosa rottura di scatole e una commedia americana di quelle che ti fanno sorridere ogni venti minuti.

Sapevamo, per sua stessa ammissione, che Claudione avrebbe celebrato la canzone italiana e non gli si può dare alcun torto nell’aver raggiunto lo scopo: qualche brano notevole, qualche vecchia gloria incartapecorita, una rivelazione, una delusione e tante conferme.

Iniziare con Annalisa è stata una genialata perchè il suo pezzo, potentissimo, bello e cantato da manuale, è stata la canzone più bella ascoltata ieri sera. Le attese sono cresciute immediatamente per quanto riguardava il resto della ciurma imbarcata dal Capitano Coraggioso e il pubblico ha sviluppato da subito un interesse musicale che, una volta tanto, ha sopraffatto quello per lo spettacolo nello spettacolo. E ha anche cancellato il ricordo dell’incipit della trasmissione con la “Band Aid”  alla carbonara che ha cantato non si è ben capito cosa. Mica poco! Degno di menzione Ron, con un brano inedito di Lucio Dalla: poesia pura, interpretazione magistrale, pelle d’oca.

Ma ci pensano i The Kolors a ricordarci che non è tutto oro quel che luccica e sparano un brano-tormentone dal testo incomprensibile. Nessuno sputo sulla telecamera pervenuto. Da questo momento in poi, gli unici che brillano davvero sono Max Gazzè con una canzone che per Sanremo è troppo, troppo, troppo sofisticata e, per questo, splendida, Mario Biondi nel suo solito American Style, Moro-Ermal Meta in perfetta simbiosi e potenza e Lo Stato Sociale, arrivati direttamente dal manicomio con il pulmino guidato da Jack Nicholson. Proprio questi ultimi portano una ventata di freschezza e risate in un’atmosfera che stava diventando un po’ melensa, con tanto di 80enne ballerina scatenata come coreografia.

Tutto il resto è Vanoni-Bungaro, Facchinetti-Fogli, Decibel, Caccamo, Noemi e le sue canzoni ciclostilate. Noia mortale, brani un po’ patetici e buoni come red carpet per vecchie glorie: grazie per aver partecipato, ora canta e torna a casa.

La cosa peggiore l’hanno confezionata proprio gli ultimi da cui ci si poteva aspettare una porcheria: gli Elio e le storie tese. Ok, si sono sciolti, Baglioni gli ha riuniti per un’ultima volta, sono arrivati come sempre vestiti in modo assurdo (citando la copertina di Sergent Lonely Pepper dei Beatles) ma una canzone così banale anche se musicalmente notevole (il progressive a Sanremo è raro come una promessa elettorale mantenuta), che dovrebbe basarsi sui giochi di parole… beh, per loro è davvero troppo poco. E fa un po’ male perché è dichiaratamente il loro commiato come gruppo e ci si aspettava molto di più.

Poi, c’è il contorno

Quello su cui tutti si divertono con il gioco al massacro, ovvero la conduzione. Beh, quest’anno c’è poco da essere tristi. La Hunziker fa la Hunziker che parla come Berlusconi, sorride, canta, sorride, fa Berlusconi, sorride. Favino è una gran bella conferma: oltre che essere un gran bel vedere per le signore ha superato in fretta l’empasse iniziale dettato dal nervosismo, ha provato a fare qualche battuta e ne ha azzeccate anche un paio e, tanto perchè siamo a Sanremo, ha anche cantato bene.

Baglioni si ritaglia il ruolo di spalla ma quando si presenta col cipiglio del direttore artistico che controlla che tutto vada bene è a tratti irresistibile. Bravo, moderato, filosofico come sempre quando parla di melodie, si regala anche una gag un po’ idiota con Favino, tentando di imitare Vianello-Tognazzi.

Quando arriva Morandi si gasa e l’aplomb di “Anima mia” lascia il posto al cantante puro. Che è la cosa che gli riesce meglio ma non gli si può criticare molto il resto. Traduzione: stasera non ci sarà Fiorello ma la ciurma se la caverà benissimo lo stesso.

Insomma, poteva essere peggio e invece… Tutto scorrevole e nulla di nuovo sul fronte occidentale. La liturgia sanremese è stata rispettata pienamente senza sbavature e tanto basta per far gridare al miracolo, Non siamo ai livelli del capolavoro che sfornò Bonolis o alla simpaticissima maccheronaggine del trio Morandi-Papaleo-Stangona fotomodella di cui nessuno si ricorda il nome (li le risate erano garantite da Gianni che combinava pasticci senza rendersene conto, il Sanremo più sconclusionato di sempre) ma questa edizione 2018 non va massacrata o denigrata.

E’ elegante. E per la tv italiana è un vero miracolo.

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