Le Steli Daunie

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Tra i diversi popoli che abitavano la Puglia protostorica, è stupefacente la capacità dei Dauni di “raccontare per immagini”. Un’abilità che costituisce un “unicum”, poichè non è possibile trovare termini di confronto nelle civiltà contemporanee.
Non poche le testimonianze di eccezionale valore che essi ci hanno lasciato: tra le più importanti, figurano sicuramente le “steli”.
Si tratta di un tipo di monumento funerario, diffuso presso l’attuale Capitanata, tra la fine dell’VIII e gli inizi del V secolo a.C.
Realizzate in pietra calcare locale, le steli dovevano essere collocate verticalmente, alla sommità del tipico tumulo che copriva le tombe dei Dauni.
Le loro dimensioni variano tra i 40 e i 130 cm di altezza, e tra i 20 e gli 80 cm di larghezza.
La maggior parte di esse sono state ritrovate in provincia di Foggia, ed in particolare nella piana di Siponto, poco a Sud di Manfredonia, dove hanno creato un suggestivo panorama di centinaia di monumenti antropomorfi istoriati in pietra.
Decorate sui quattro lati, le steli rappresentano, in genere, il defunto nella sua “epifania postmortem”, addobbato con le insegne del potere: le armi per i guerrieri e un sovrabbondante corredo di ornamenti personali per i “notabili” o le donne.
I guerrieri presentano sul petto una sorta di placca di protezione rettangolare con i lati concavi (cardiophylax), che sostiene una spada, custodita nel fodero e disposta trasversalmente, con l’elsa sotto la mano destra; al di sotto della spada pendono nastri decorativi. Le braccia sono sempre strette al petto, ma prive di guanti. Alle spalle è appeso un grande scudo circolare con un motivo centrale geometrico, o più raramente figurato.
Nelle rappresentazioni con ornamenti, una veste ricopre tutto il corpo del defunto, tranne le braccia, che sono ripiegate sul petto e coperte da lunghi guanti ricamati che giungono sino al gomito. La testa è coperta da un alto copricapo conico che si allunga fino a coprire la nuca. Tra gli ornamenti, collane a più giri, grandi fibule a lunga staffa e con pendagli compositi sul petto, cinture con nastri triangolari affiancati da pendenti circolari o a forma di melograno. Fermatrecce a tre pendenti circolari completano, posteriormente, al centro delle spalle, le figure femminili.
Là dove l’ornato della veste e del corredo lasciano spazi liberi sulla pietra, la creatività dei Dauni propone scene anche complesse in cui si fondono quotidiano e trascendente, in un continuum narrativo senza soluzione.
Accanto a scene di vita domestica, come la molitura del grano e la tessitura, si pongono quelle di caccia al cervo (a cavallo con la lancia) o agli uccelli (a piedi con la fionda), raffigurazioni di navi e scene di pesca, processioni funebri e scene di combattimento.
Completa il quadro di questa articolata iconografia la presenza di mostri, creature teriomorfe (con fattezze animali) e divine, animali fantastici (pegasi, chimere e serpenti marini, oltre ad altri non riconducibili alla mitologia classica), che compongono un pantheon mitico estremamente affascinante.
Ogni immagine è ottenuta incidendo la lastra di pietra e sottolineando a volte queste incisioni con l’apporto di una decorazione bicroma in rosso e nero.
Per numero, e per quantità di informazioni che se ne possono ricavare, le steli sono documenti eccezionali, che vengono a colmare il normale vuoto di conoscenze per le culture protostoriche causato dalla carenza di fonti scritte, dandoci la possibilità di comprendere di questi popoli non solo gli aspetti della vita quotidiana e materiale, ma soprattutto, attraverso informazioni “di prima mano”, la sua individualità spirituale e religiosa.

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Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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