Gli stupratori, la civiltà e la (non) tutela delle vittime

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Lasciamoci alle spalle il colore della pelle, il ruolo istituzionale, la divisa da operaio o da servitore dello Stato, il ceto sociale, l’età. Lasciamoci alle spalle la comprensione, il “perdono”, il concetto di giustizia espresso da un apparato oramai vetusto, lento e stantìo. Se riusciamo una buona volta a superare tutti questi concetti che, inevitabilmente, vengono cavalcati da questa o quella fazione politica potremo parlare con logicità della giusta pena per lo stupro.

Perchè il grado di civiltà di una società non si misura sulla base del suo progresso tecnologico, bensì da quello civico. E non stiamo parlando di fare la raccolta differenziata schiaffando i nostri rifiuti ben divisi in bidoncini colorati che non ci danno, di certo, diritto ad una tessera annuale di Greepeace, anche se ne siamo convinti.

Nemmeno del mozzicone di sigaretta che ci teniamo nella mano mentre cerchiamo un portacenere per strada, salvo poi giocare al tiro al bersaglio con la prima grata o tombino. E, con buona pace per i sindaci e le loro perenni campagne elettorali, neanche di restyling delle strade del centro città o inaugurazioni di strutture che, tempo un anno, verranno abbandonate e distrutte dai vandali.

No, la civiltà è ben altra cosa. E’ il frutto dell’educazione, del rispetto che deve essere inculcato ai nostri figli sin dalla tenera età, del rifiutare dik-tac trogloditici ancora ben radicati in certe menti malate figlie di una nazione che, ricordiamocelo, ha abolito il delitto d’onore nemmeno cinquant’anni fa.

Costruiamo grattacieli sempre più alti per nascondere dietro le loro mura scempiaggini raccapriccianti, cementifichiamo le periferie con palazzoni alveari stipando famiglie indigenti senza preoccuparci del loro supporto sociale, compriamo auto sempre più grandi per sistemare i seggiolini dei nostri bambini per poi andare alla ricerca di baby-prostitute nelle zone isolate (si, come qui a Bari nella zona dello Stadio San Nicola, con il complice silenzio dello stampa e dell’amministrazione che ha gridato allo scandalo per pochissimo tempo e solo dopo che la tv ha alzato il velo su qualcosa di cui molti, troppi, sapevano).

Inciviltà, sissignori.

La mancanza di quel requisito fondamentale per un mondo che vuol essere definito umano, non nel senso di razza galattica. Quella che ci porta a condividere titoli di giornale che rasentano il ridicolo ma che dovrebbero farci riflettere sul grado di manipolazione mentale che la stampa opera sulle nostre menti con le fake-news. Ma anche quella che ci porta a giustificare ad ogni costo anche gli atti più rivoltanti che gli uomini possano perpetrare, appellandosi proprio alla civiltà. Perchè una cosa è la libertà sacrosanta di parola ma un’altra è il rispetto dovuto alle vittime.

Soprattutto le vittime dello stupro, la più ignobile, depravata forma di insanità di cui l’uomo possa soffrire.

Questa maledetta estate non è stata altro che una prosecuzione di qualcosa che avviene quotidianamente. Ovunque. Molte volte silentemente, altre volte roboante. E sempre trattata pubblicamente senza la minima tutela della vittima, costretta a pagare tre volte per quel che ha subito.

 Paga quando subisce la violenza, inerme, mentre la sua volontà viene inesorabilmente distrutta.

 Paga quando denuncia. Perché i giornali infarciscono i loro articoli con descrizioni grandguignolesche, vere o false che siano, senza alcuna remora, molte volte solo per scatenare il popolo bue che deve essere punto di tanto in tanto per indignarsi a orologeria. E qui si scatena un ridicolo e ripugnante meccanismo: basta un idiota, come accaduto su facebook, che posta la foto di un uomo di colore a caso o di due ragazze in evidente stato di ebrezza con sotto una didascalia in cui vengono etichettati come “stupratore” o “presunte stuprate” per condannare il colore della pelle o la nazionalità, a prescindere dalla razza, solo per difendere apparati statali. E il popolo ignorante comincia a vomitare insulti verso questo o quelle.

Paga, infine, la terza volta quando (se) il processo comincia. Rivive passo dopo passo la propria sofferenza, magari guardando negli occhi chi ha sconvolta la sua esistenza per sempre, chiedendosi quale sarà la pena, mai giusta, che potrà punire il suo o i suoi carnefici.

Allora sediamoci e pensiamo. La civiltà cos’è?

Filosofi, poeti, scrittori hanno speso fiumi di parole su questo concetto. E se fosse, semplicemente, quella cosa che quando viene a mancare deve essere sopperita da una pena certa ed equa? Perchè lo stupro non è civiltà e non bisogna accettarlo come conseguenza di un disagio psichico o lasciare che, nelle aule di tribunale, qualche abile avvocato riesca a far passare il gioco dello scarica barile tra gli imputati. O che una divisa possa servire da schermo alla pena.

Puoi essere un uomo di colore, un bianco, un carabiniere, un manager, un onorevole, un impiegato, un clochard. Puoi essere qualsiasi cosa, uomo. Ma non esiste alcun perdono per uno stupro. E nemmeno una pena certa o equa.

Perché in un paese davvero civile, uno stupratore dovrebbe marcire in una galera a vita. Da solo. Senza possibilità di redenzione. E solo perchè tagliargli le palle sarebbe una sconfitta per la civiltà.

Ma, in questo caso, giustificata.

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