Il tempio di Poseidone di Taranto

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Nella fase più importante della sua storia, Taranto diventò indiscussa capitale della Magna Grecia, la più bella e la più grande tra tutte le colonie greche dell’Italia meridionale.
Grande centro di smistamento della ceramica achea, ebbe un porto attrezzato e fu luogo di sosta delle navi provenienti da oriente. La città era famosa per le sue terracotte (che venivano esportate in tutto il Mediterraneo), per le stoffe, il vino, l’olio e i ricercati frutti di mare.

Celebre fu la sua cavalleria, artefice di molte vittorie e, fino al 280 a.C., la sua flotta navale fu superiore addirittura a quella romana.

Conosciuti e apprezzati furono anche i suoi atleti: molti di essi trionfarono più di una volta ai giochi panellenici.

Ma l’aspetto che forse più di tutti caratterizzò l’antica Tares, avvicinandola alla potente Sparta, fu il culto degli Dei. Non a caso, Taranto divenne famosa soprattutto per le sue statue e i suoi templi.

Di questo patrimonio culturale restano oggi i resti del Tempio di Poseidone, che dovette essere vanto e orgoglio dell’intera comunità se perfino il filosofo Platone, in visita alla città, ne apprezzò la bellezza.

Si tratta del resto del tempio dorico più antico della Magna Grecia.

I ruderi, situati in piazza Castello, erano inglobati nella Chiesa della SS. Trinità, nel cortile dell’Oratorio dei Trinitari, nella Casa Mastronuzzi e nel Convento dei Celestini. Fu l’archeologo Luigi Viola, studiandoli verso la fine dell’800, ad attribuirli ad un tempio dedicato al culto di Poseidone.

Le due colonne di ordine dorico rimaste a testimonianza dell’antico tempio magno-greco, più una base con tre tamburi o rocchi, furono realizzate in “carparo” locale, ricavato nella stessa acropoli della città e rappresentano il lato lungo della “peristasis” (il perimetro di colonne) del tempio.

Sono alte ciascuna 8,47 metri, con un diametro di 2,05 metri: dall’osservazione dell’area della “peristasis” e dal calcolo del rapporto tra la sua ampiezza e l’interasse delle colonne, si suppone che il tempio avesse il fronte rivolto verso il canale navigabile, e che fosse costituito da 6 colonne sui lati corti e da 13 sui lati lunghi.

Inoltre, sia il profilo del capitello sia la conformazione dei “rocchi”, molto bassi e sovrapposti senza un perno centrale, fanno risalire i manufatti agli inizi del V secolo a.C.

Tuttavia, la presenza di una piccola fossa vicino alle colonne e le tracce presenti ai bordi della stessa, fanno pensare all’esistenza di una pavimentazione e di un’alzata in legno appartenenti ad un primo edificio di culto, in mattoni crudi e materiale deperibile, costruito probabilmente alla fine dell’VIII secolo a.C. dai primi coloni spartani.

L’area sacra sarebbe stata abbandonata definitivamente alla fine del III secolo a.C., quando la città fu conquistata dai Romani, per poi ritornare ad essere utilizzata nel VI secolo con silos e granai, quando la popolazione si ritirò nella penisola per motivi difensivi.

Nel X secolo i resti del tempio avrebbero ospitato un luogo di culto cristiano, mentre dal XIV secolo una parte dell’area fu utilizzata per attività produttive con vasche di decantazione dell’argilla e piccole fornaci.

Oggi come allora, il Tempio di Poseidone attrae turisti e visitatori, trasmettendo loro quell’atmosfera d’incanto e magnificenza che si conviene ad una grande città…alla capitale della Magna Grecia.

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Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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