Tfr in busta paga. Conviene o no?

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Il TFR (Trattamento di Fine Rapporto) è a tutti gli effetti una parte di retribuzione salariale che, invece di essere versata regolarmente con lo stipendio, viene differita a tutela del dipendente, in modo tale che a fine percorso si ritrovi un gruzzolo di denaro da parte, che in mancanza della “buona uscita”, possa fare da cuscinetto per le spese future. Insomma, la ratio è quella di uno Stato-mamma che risparmia per il figlio/lavoratore.

Dunque, conviene metterlo in busta paga?

Proviamo ad analizzare. Intanto partiamo dal più lampante degli effetti. Siccome su una retribuzione media annua di 24.000 € lordi, mettere tutto o metà TFR in busta paga si tramuterebbe in 30-40 o 70-80 euro netti aggiuntivi, probabilmente non accantonerete per vostro conto quel denaro e vi troverete con un piccolo capitale in meno da utilizzare per le evenienze/ricorrenze/urgenze future. Ma questo, è del tutto soggettivo è può essere contraddetto dalla possibilità di far scegliere in regime di libero arbitrio all’impiegato, come spendere le proprie spettanze economiche.

In seconda analisi, più tecnica, bisogna capire come verrà tassato il trattamento. Perché se fosse interpretato come regolare parte della retribuzione, allora il regime sarebbe quello dell’IRPEF (più alto dell’attuale, oggi il TFR ha una tassazione a regime separato più favorevole) e questo comporterebbe un aumento della pressione fiscale ed una furbata da parte del governo, l’ennesima, per fare cassa.

Poi c’è da considerare la perdita che si avrebbe per quanto concerne la rivalutazione finanziaria. Oggi quelle somme sono “investite” nel Fondo di Tesoreria INPS oppure presso fondi privati come integrazione pensionistica (nelle aziende fino a 50 dipendenti può essere tenuto presso l’azienda) e quindi, per legge, è soggetto ad avvalorarsi con un interesse. Nel caso in cui sia amministrato dall’azienda o dall’INPS, le somme si rivalutano dell’1.5% più il 75% dell’inflazione registrata. Esempio: Ponendo l’inflazione al 2% annuo, il vostro TFR guadagnerà l’1.5% (minimo garantito) più i tre quarti dell’inflazione (75%) e cioè un ulteriore 1.5%. In totale, si sarà rivalutato del 3% nominale con un guadagno netto reale dell’uno per cento (drenaggio inflazionistico).

A tutto questo, ponendosi dalla parte delle imprese, si creerebbe un problema di liquidità. Infatti le somme dovrebbero anticiparle i datori di lavoro vedendosi trasformare un debito a lungo termine nei confronti dei collaboratori, in un debito a breve, brevissimo termine, con tutte le conseguenze del caso. In un momento di piena crisi economica, non il massimo. Ma il governo, propone “finanziamenti agevolati presso gli istituti di credito” per permettere alle PMI di adempiere al proprio dovere. In sostanza, l’esecutivo propone all’imprenditore di chiedere un prestito in banca, con un interesse agevolato. Siamo all’oppressione totale.

Per concludere, i contro di tale scelta paiono decisamente più dirompenti dei pro, e se la buona amministrazione dovesse significare ancora migliore collocamento delle risorse, allora forse sarebbe meglio trovare altre vie per sostenere i consumi.

di Andrea Lorusso
Twitter @andrewlorusso
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