Trump fa muro coi dazi

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C’è stato un momento a partire dagli anni Duemila in cui, parlare di monete nazionali ed eserciti tricolore, era solo un vetusto retaggio di chi non voleva mollare gli ormeggi della nostalgia. Invece la realpolitik ha riportato il baricentro sulla supremazia degli interessi locali.

Il Presidente Usa Donald Trump ha firmato due ordini esecutivi il 31 Marzo appena passato, con cui di fatto riapre la strada alle dogane ed ai relativi dazi commerciali, anche con l’Europa.

Sotto accusa l’enorme deficit della bilancia commerciale statunitense, in negativo per 500 miliardi di dollari, a causa delle importazioni selvagge a basso costo, e della manodopera sottopagata dei Paesi Emergenti.

Inizia così il mandato esplorativo dato dal magnate al Segretario per il Commercio Wilbur Ross, per stendere entro 90 giorni una relazione dettagliata, Paese per Paese, delle merci introiettate e di quantificare la perdita in termini manifatturieri.

Mentre, con il secondo provvedimento, si prevedono misure più efficaci per combattere il dumping, ovvero quelle politiche commerciali o salariali scorrette con cui taluni Governi avvantaggiano ingiustamente le proprie imprese. Da maggio 2015 il Governo americano deve incassare qualcosa come 2,3 miliardi di dollari, e non c’è più intenzione di temporeggiare.

L’aggressività di Donald mette in allerta le cancellerie del Vecchio Continente, spaventate da una reazione a catena che faccia crollare tutto il sistema politico su cui hanno basato le Istituzioni, i regolamenti e le direttive difese a spada tratta.

“Gli Stati Uniti non si inchineranno più al resto del mondo”. Quell’American First, slogan della campagna elettorale, prende corpo e vita.

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