Vacchi in vacca, l’odio sociale

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Gianluca Vacchi è trash, volgare, rispecchia l’anima ciociara di una certa Italia che ostenta per il solo fine di ostentare, ma il Re di Instagram in fondo desta un’ondata di invidie, più che di risentimento per il mancato raggiungimento di un bon ton istituzionale.

Il punto è che se sbocci a 18 anni in discoteca, o lo fai a 40 anni dopo il turno da operaio od impiegato d’ordine, è cosa simpatica e divertente, se poi lo vediamo fare ad un omone di 50 anni farcito sino alle narici di milioni, scatta lo scandalo.

Perché l’indignazione salpa nelle secche di portafogli vuoti o smunti, che arrancano sino alla follia di accendere prestiti, pur di mantenere una certa immagine. Il fulcro non è la sua volgarità, ma quanto sia difficile per noi imitarlo e con quanti meno mezzi possiamo raggiungere quel livello di lussuria.

Il tutto camuffato sotto l’alone del detrimento della società odierna, come se fosse l’isolato simbolo di un Paese che vorremmo tutti combattere. Perché i nostri selfie hanno qualcosa di più puro rispetto ai suoi, insomma come se per la stupidità dei piccoli risparmiatori ci fosse un condono sociale, mentre per l’idiozia dei grandi possessori di mezzi economici, la pena capitale.

Ci irritano le nostre menomazioni, venire pungolati nello stress dei nostri fallimenti, da chi si diverte. Allora il Mondo, la Società, sono ingiusti. Sogniamo in silenzio di essere imbecilli di pari grado, e non novelli Dante Alighieri.

Dopo il sequestro da parte della Bpm di dieci milioni di euro, tra yacht, ville, azioni, quote di un golf club, è scattato il delirio web: “Finalmente!”, “Sto cretino, era ora!”, e così via. La storia, che ha fatto diventare esecutivi i pignoramenti, nascerebbe da un prestito originario di 30 milioni di euro alla holding First Investments, di cui lo stesso Vacchi è amministratore, non onorato a pieno e finito nei crediti deteriorati.

Ma a nessuno importano i fatti, piuttosto la “sostanza”, ovvero avere un Vacchi in mutande, possibilmente da straccione. Non avverrà.

Il rampollo vintage, lautamente pagato per restare lontano dal gruppo di famiglia I.M.A. Industria Macchine Automatiche, società che conta 5.500 dipendenti, oltre un miliardo di fatturato l’anno e 100 milioni utili, ha detto una sacrosanta verità, ignorata dai Nobel per l’economia e quindi inopinabile. Infatti in una intervista ha dichiarato: “Ho lasciato il lavoro subito, a 29 anni. Non so stare a una scrivania. […] Dall’Ima sto lontano per mia volontà. Non sono il migliore gestore dell’azienda e lo so. Se più persone la pensassero come me, non fallirebbe l’85% delle aziende familiari alla terza generazione”.

Ogni giorno un esercito di azzeccagarbugli si sveglia incagliando, inceppando, rovinando il sistema. Direttori di posta incompetenti, filiali bancarie in cortocircuito, servizi clienti impenitenti, e via discorrendo. Vacchi ha scoperchiato il vaso delle ipocrisie, il suo approccio al lavoro sarebbe un incommensurabile danno ai loro profitti, perché inadatto. Si gode la vita e lascia ad altri, qualificati, il compito di guadagnare per lui, per loro, e per l’azienda ed il PIL tutto.

Quanti “figli di” hanno mandato in bancarotta decine di aziende? Quanto impatta sul mercato la flotta di disoccupati che consegue? Lo spacchettamento o la delocalizzazione? Quanto male fanno all’Italia la pletora di ignoranti nei ruoli sbagliati?

Vacchi è esattamente dove deve stare, a godersi l’esistenza terrena, a spendere, a far girare il denaro, a far lavorare centinaia di imprenditori e lavoratori, a muovere salari,  a pagare le tasse, a scorrazzare su yatch ed imbarcazioni di lusso.

La cieca miopia che spinge noialtri effimeri stipendiati di basso rango, risiede nella formula dell’economista Antonio Martino: “Non sembrano rendersi conto che un Paese non può essere ricco se a nessuno è permesso diventarlo.”

Allora invece di inveire contro il Vacchi di turno, cerchiamo di migliorare la nostra condizione e chissà, magari permettendoci il lusso di bere champagne.

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