“Bari. Itinerari del Ventennio” è il nuovo libro dell’architetto e storico Simone De Bartolo edito da “L’Arco e la Corte“. Il libro è un viaggio nella Bari del Ventennio attraverso lo sguardo di un visitatore molto particolare: Benito Mussolini. L’itinerario prende le mosse dalla celebre visita (6 settembre 1934), durante la quale il Duce inaugurò alcune delle opere più significative realizzate per merito del Podestà (poi Ministro) Onorevole Araldo Di Crollalanza, per poi trattare anche opere successive, sino al periodo bellico.
Il libro, su suggerimento del prefatore Manlio Triggiani, è un itinerario “virtuale”: una sorta di “viaggio nel tempo” sulle orme di Benito Mussolini. Il Duce visitò Bari nel 1934, ed il resoconto fatto da un cronista pugliese dell’epoca, Silvio Petrucci, ha fatto da guida. Il Capo del Governo inaugurò le opere più rappresentative del nuovo “stile fascista”, esposte nella prima parte; mentre, nella seconda, vengono presentate opere che invece avrebbe potuto vedere se fosse tornato a Bari alle soglie della guerra.
L’analisi dunque si focalizza sull’Arte celebrativa del Ventennio, non limitandosi all’architettura, focus del precedente libro dello stesso autore (L’Architettura del Ventennio Fascista a Bari, edito da L’Arco e la Corte), ma spaziando negli ambiti della pittura, della scultura e delle arti decorative “minori”, nonché il disegno di alcune parti di città mai realizzate.
Abbiamo fatto qualche domanda all’autore:
Come mai un altro libro su Bari?
Vi è un diffuso pregiudizio per il quale, sentendo parlare di “ricerca scientifica”, il pensiero corre immediatamente a fiale ed alambicchi, a microscopi e telescopi. Ma in realtà, anche nell’ambito umanistico la ricerca può e deve progredire. Vent’anni fa iniziai, per mero passatempo, le ricerche che mi portarono a pubblicare il mio primo libro su Bari, dal quale sono ormai trascorsi 7 anni: il mio vecchio libro, anche se non dovrei essere io a dirlo, credo che abbia resistito bene alla prova del tempo; tuttavia, nuove scoperte erano possibili, e sono state fatte. Non solo. È cambiato anche il punto di vista, ossia la delimitazione dei confini dell’oggetto della ricerca.
In questo libro l’attenzione del Lettore è richiamata dalla scultura, dalla pittura, dalle arti decorative dette “minori” e dai disegni di alcune parti della città mai realizzate. Quali?
Ad esempio, la Casa del Fascio che avrebbe dovuto sorgere in piazza Chiurlia o la Galleria Benito Mussolini il cui arco trionfale avrebbe dominato il corso Vittorio Emanuele, in maniera simile alla famosa galleria milanese. Inoltre, è stato dato ampio spazio al tema della damnatio memoriae, ricercando, attraverso le fonti più disparate, immagini – quasi tutte inedite – di opere distrutte o mutilate nel dopoguerra.
Qualche esempio?
Una rara immagine del rilievo della Caserma della Milizia, opera dello scultore Omero Taddeini, che presentava al centro la possente figura di Mussolini in veste di fabbro che sull’incudine forgiava i destini dell’Italia fascista. Trovarne una, dopo tanti anni di oblio, è stata una vera soddisfazione: l’opera fu inaugurata poco prima della guerra, e quindi durò molto poco. Si tratta sicuramente dell’esempio di statuaria barese più coerente con lo stile “maturo” del Regime (quello, per intenderci delle statue dello Stadio di Marmi al Foro Mussolini, dove non a caso lavorò Taddeini). La damnatio memoriae si accanì soprattutto sui busti di Mussolini, e non è stato facile reperire la documentazione fotografica della maggior parte di essi, ma, viste le oggettive difficoltà, il risultato è stato senz’altro soddisfacente. Come è mia abitudine, prediligo inserire immagini d’epoca, per il loro valore documentario.
Altre peculiarità?
Sempre su suggerimento del prefatore Manlio Triggiani ho scritto due ulteriori capitoli: l’uno sulle “opere belliche”, l’altro sulle sedi istituzionali.
A chi si rivolge il suo libro?
Chiunque ami la città di Bari, ma soprattutto qualunque appassionato dell’Arte del Ventennio: un’arte che, in questi tempi di decadenza artistica, trova sempre più estimatori presso il pubblico che la “critica accademica” tende a snobbare.










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