Che la storia degli Oscar sia stracolma di ingiustizie è cosa nota e, oramai, quasi  accettata d buon grado dai fans e dagli addetti ai lavori. Ma quando si tocca il fondo e si comincia pure a scavare, allora le cose prendono una piega talmente ridicola che si corre il rischio di distruggere definitivamente la credibilità di un’istituzione che, in teoria, dovrebbe celebrare un’arte.

Volendo essere ancor più oggettivi, nell’anno in cui si è ritornati alla long-list dei migliori film (dalle canoniche cinque pellicole a nove), era davvero difficile sparare un colpo a vuoto data anche la sublime qualità di almeno la metà dei film candidati. Ma i 9660 membri hanno puntato il mirino quasi unidirezionalmente ben distanti dal bersaglio. E hanno anche svuotato il caricatore.

Everything, everywhere at all once” era il peggior vincitore possibile ed ha vinto. Molto. Dal quasi totale blocco attoriale, alla regia, la sceneggiatura e, purtroppo, la miglior pellicola dell’anno. Come una guazzabuglio con sprazzi trash, buoni sentimenti e sensi di colpa spruzzati qui e li’, kung fu, plug anali e fantascienza, tutto in salsa asiatica, possa aver sbancato gli Oscar è quasi incomprensibile. A meno che non si prenda per buona la storiella della ricerca di redenzione dell’Academy, scombussolata dal #MeToo, i gender fluid e le minoranze etniche che hanno anche preso parte attiva, grazie ai nuovi inserimenti tra i membri, nel processo di candidatura e votazione. Non significa che esista una sorta di “mafia”, ci mancherebbe, ma una buona dose di morfina arcobaleno e LGBT è stata iniettata nei gangli decisionali. Arrivando al punto di ridicolizzare involontariamente delle battaglie legittime andando a premiare ad ogni costo qualcosa che le celebri, anche se lontanamente associabili al concetto di cinema.

E non è finta qui. Perché sembra che a Hollywood hanno pensato bene di combinare il disastro nel peggior modo possibile. E così l’Oscar al migliore film straniero finisce infilzato dalle baionette di “Niente di nuovo dal fronte occidentale”, un bel film, certo, ma i cui meriti sono prettamente tecnici (Orizzonti di Gloria e, più recentemente, 1917 erano dei capolavori, trattavano della prima guerra mondiale e la sua assurdità e gli Oscar gli hanno visti solo col telescopio). Un premio riparatorio anche per certi europei che erano stati brutti e cattivi ma che hanno riconosciuto la follia distruttiva dei loro generali e vogliono dimostrare un sincero pentimento? Così pare. E a farne le spese è stato soprattutto “EO”, una bellissima e struggente favola animalista che non lascia scampo, pane quotidiano per gli Oscar di una volta.

Alla fine dei giochi, “Gli spiriti dell’isola” se ne torna a casa a mani vuote e questo è il più grande delitto della serata, insieme ai mancati riconoscimenti per Colin Farrel e Cate Blanchett (quest’ultima per Tar, un altra grande pellicola incomprensibilmente e violentemente snobbata). E per Spielberg con il suo “Fabelmas”. Il documentario su Navalny vince, giustamente, nella sua categoria ma anche qui viene il dubbio che una buona dose di russofobia abbia giocato il suo ruolo, visto il periodo… Troppe coincidenze? Forse…

E la ciliegina sulla torta è stato il premio per la miglior canzone, “Naatu Naatu“, indiana, Bollywood allo stato puro, ipertrash, capace di spodestare Lady Gaga e Rihanna che avevano nella loro faretra due canzoni stupende e pronte ad uno scontro epico.

Restano gli Oscar tecnici, fortunatamente incasellati nel migliore dei modi, distribuiti tra il nuovo “Avatar”, “Top Gun: Maverick” e “Niente di nuovo dal fronte occidentale” (almeno quelli se gli è meritati).

Ma è troppo, troppo poco doversi affidare agli addetti ai lavori per dar giustizia e merito in giusta maniera. Questi Oscar hanno segnato davvero uno spartiacque pericolosissimo, dove il merito viene affogato e il cattivo gusto, la recitazione sopra le righe e a tratti incomprensibile, la regia da videogame e l’idea approssimativa e collage vengono portati in trionfo.

Non è che devono vincere sempre i soliti noti, l’importante è che vincano i migliori.

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