Nel brindisino crisi dei carciofi: prezzi in picchiata e prodotti al macero

Il crollo del prezzo al produttore dei carciofi, passato da 80 a soli 10 centesimi per capolino, mette in ginocchio l’agricoltura brindisina. CIA Agricoltori Italiani denuncia: “Così si umilia la dignità dei produttori. Serve reciprocità nelle regole.”

Le campagne della provincia di Brindisi offrono oggi uno spettacolo amaro: distese di carciofi non raccolti che restano a marcire nei campi. Quello che dovrebbe essere il periodo del raccolto si è trasformato in un incubo economico per le aziende agricole locali. Il motivo? Un crollo verticale del prezzo riconosciuto ai produttori, passato dagli 80 centesimi di dicembre 2024 alla miseria di 10 centesimi nelle prime settimane del 2026.

Perché i carciofi non vengono raccolti?

Raccogliere il prodotto è diventato ufficialmente antieconomico. Con 10 centesimi a capolino, gli agricoltori non riescono nemmeno a coprire i costi della manodopera e della logistica. Ma il problema non riguarda solo i carciofi: la crisi sta travolgendo l’intero comparto ortofrutticolo pugliese, colpendo duramente anche: Cavolfiori Cicoria e Broccoli.

Nonostante l’eccellente qualità delle produzioni locali, il mercato è saturo di prodotti d’importazione che soppiantano le eccellenze del territorio.

L’ombra del Mercosur e la concorrenza sleale

Secondo Gennaro Sicolo, presidente regionale e vicepresidente nazionale di CIA Agricoltori Italiani della Puglia, la situazione rischia di precipitare ulteriormente a causa degli accordi internazionali. “Quanto sta accadendo è mortificante. Con l’accordo sul Mercosur, il problema potrebbe diventare ancora più drammatico. Si favoriscono le grandi industrie esportatrici interessate ad abbattere i prezzi, a scapito della qualità e della redditività dei nostri produttori”, dichiara Sicolo.

Il nodo centrale è la reciprocità: i prodotti che arrivano dall’estero spesso non rispettano gli stessi rigidi standard qualitativi, etici e di sicurezza alimentare imposti agli agricoltori italiani, permettendo così prezzi di vendita artificialmente bassi.

L’appello di CIA Puglia: “Dieci centesimi sono un’elemosina”

Sulla stessa linea d’onda è Giannicola D’Amico, vicepresidente vicario di CIA Puglia, che sottolinea come questa crisi sia ormai strutturale e non più congiunturale.

“Questa problematica si ripete da anni, ma l’inizio del 2026 ha segnato il punto più basso mai toccato”, spiega D’Amico. “I prodotti esteri hanno costi di produzione nettamente inferiori perché seguono standard di sicurezza alimentare molto più bassi dei nostri. Pagare 10 centesimi un capolino significa svendere la dignità e il ruolo fondamentale della nostra agricoltura”.

Cosa chiede il settore agricolo?

Per uscire da questo vicolo cieco, la CIA Puglia invoca un intervento urgente da parte dell’Unione Europea e del Governo Italiano basato su tre pilastri:

  1. Tutela della redditività: Garantire un prezzo equo che copra almeno i costi di produzione.

  2. Equità del valore: Una distribuzione più bilanciata del guadagno lungo tutta la filiera agroalimentare.

  3. Reciprocità degli standard: Imporre ai Paesi terzi le stesse regole (sicurezza e qualità) previste per i prodotti UE.

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Redazione
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