Se i risultati delle classifiche del Festival di Sanremo sono attendibili, cosa che qualcuno mette in dubbio, e riportano fedelmente le preferenze degli Italiani, da qualche anno a questa parte dobbiamo registrare un netto calo di qualità e di gusto a netto favore della pura commercializzazione. Non vi si legga supponenza, ma pura constatazione.
La riflessione nasce spontanea, perché’ viene da chiedersi dove sia finito il pubblico dei jazzofili baresi la sera del 12 scorso. Sul palco del Teatro Forma, per l’associazione “Nel gioco del Jazz”, è salito Vincent Peirani, fisarmonicista di livello internazionale; una ghiotta occasione per assistere a uno dei concerti di punta dell’intera stagione. Gli assenti, ai quali va una sonante tirata d’orecchi, hanno sempre torto, e i pochi, ma buoni, si possono considerare fortunati.
Peirani, nizzardo di origini corse, avrebbe voluto suonare la batteria, ma il padre gli impose la fisarmonica. Dopo avere ascoltato Bill Evans accettò. Si iscrisse al Conservatorio di Parigi (dove studiò anche clarinetto) e si laureò con lode nel 2004. Oggi a 45 anni Vincent gode fama internazionale, ha maturato una grande esperienza con artisti come Louis Sclavis, Michael Wollny e il compianto Michel Portal, col quale si esibì a Bari una decina di anni fa; ed è stato insignito di numerosi premi (Django d’or) e onorificenze (Cavaliere dell’Ordine delle Arti).
Il suo grande merito è quello di avere innovato il suono della fisarmonica portandolo oltre gli insegnamenti di Richard Galliano e sviluppando sonorità intriganti e affascinanti. Innanzitutto, per lui non esistono frontiere: la musica è una fusione costante di jazz, rock, classica, elettronica, groove, world e forse anche la ‘chanson’. Scrittura e improvvisazione sono in continuo movimento, mentre la profondità emotiva si trasfonde in una sorprendente energia. Classificato a volte come visionario, Peirani svolge la sua raffinatezza in una armonia dai toni impressionistici. In tal senso ha registrato album pregevoli con il gruppo “Living Being”, forte della presenza del sassofonista Emile Parisien. Ma a Bari Vincent ha voluto portare un progetto di quattro anni fa, “Jokers”, disco inciso in trio con Ziv Ravitz alla batteria e Tony Paleman al pianoforte. Quest’ultimo doveva esibirsi a Bari, ma è stato sostituito da Federico Casagrande, eccellente chitarrista di casa nostra che vive in Francia: alla batteria Martin Wangermee. In effetti “Joker” meglio si presta e si adatta alla personalità di Vincent, imprevedibile e desiderosa di spaziare a piacimento senza alcun vincolo.
Sul palco Peirani si presenta a piedi nudi come sempre, e non più con la folta capigliatura raccolta a crocchia dietro la nuca che lo aveva spesso contraddistinto; alto, magro, imbraccia lo strumento e lo fa diventare parte essenziale di sé, del suo corpo. Si comincia con “This Is the New Shit” un pezzo di Marilyn Manson, un po’ poetica un po’ rock, e si prosegue con una selezione ricercata: la trascinante e ipnotica “River”, una ballad che sa di giga, e la delicata “Ninna nanna”, splendida e volatile.
A metà concerto si cambia … musica: via il foglio con la scaletta e spazio all’improvvisazione con la introspettiva, melodica, “Twilight” e l’articolata “Heimdall”. Su tutto regna sovrano un puro lirismo che si cala nelle atmosfere tessute da Casagrande: una ricchezza interiore dalle mille sfumature che invita all’esplorazione musicale senza cerebralismi o virtuosismi narcisistici.
“La musica è un gioioso caos” (V. Peirani)











