Ha ragione chi indica Dee Dee Bridgewater come l’erede naturale delle jazz ladies della tradizione, Ella Fitzgerald, Billie Holiday, Sarah Vaughan, Dinah Washington. Ed è per questo che quando un suo tour fa tappa a Bari per un concerto (anzi due in questo caso), non si può che parlare di evento. E’ lei oggi la dominatrice della scena jazz mondiale: ha tenuto due concerti al Teatro Forma a Bari per l’associazione “Nel gioco del jazz”. Noi abbiamo assistito al secondo.
Chi scrive avrà seguito e recensito nella sua carriera più di mille concerti, fra i quali molti di jazz, ma raramente si è trovato ad assistere ad una performance così travolgente, profonda, piacevolmente aggressiva, capace di scalzare dalle poltrone della platea il più compassato e misurato degli spettatori.
Memphis, nel Tennessee, non è soltanto la città dove nel 1950 è nata Dee Dee (Denise Eileen Garrett, all’anagrafe) e giacciono le spoglie di Elvis Presley; una città non molto grande rispetto a tante altre negli USA, con solo 700mila abitanti. Ma è il posto dove hanno iniziato la loro carriera o hanno vissuto i più grandi bluesmen della storia: John Lee Hooker, Howlin’ Wolf , Muddy Waters, Sam Cooke, Otis Redding, B.B.King, Rufus Thomas, Isaac Hayes, Tina Turner fino alla compianta Aretha Franklin che vi nacque nel 1942. La lista è ancora lunga e si trova testimonianza di questi artisti alla “Blues Hall of Fame” sempre a Memphis, dove ci sono anche un museo del Rock’n’roll e uno dedicato agli storici studi della Stax Records attivi dal 1957 al 1976.
Tutta questa premessa per presentare “Memphis…Yes, I’m Ready”, l’ultimo disco della Bridgewater inciso lo scorso anno per la OKeh Records. Si tratta di un doveroso tributo a tutto quello che la città di Memphis ha rappresentato nella storia del blues. Per cui chi pensava, ascoltando il disco o assistendo al concerto, di trovarsi di fronte a uno degli splendidi concerti jazz ai quali ci ha abituato Dee Dee, è rimasto un po’ spiazzato dal rhythm and blues. Ma niente da perdere! Perché il rhythm and blues è parente non lontano del jazz, ed anche del rock. Al resto ci ha pensato la Bridgewater, apparsa in splendida forma in completo a righe a tinte vivaci, come i fiori posati su un tavolino, scarpe dorate e vistosa parrucca riccioluta. Grinta, potenza della voce, all’occorrenza graffiante, vitalità, energia allo stato puro, ironia e soprattutto grande comunicativa. E insieme all’esplosione dei colori è esplosa la musica soul, la black music che scende subito con calore nelle vene e riscalda il cuore. Non c’è voluto molto ad elettrizzare la platea e a coinvolgerla fino a farla diventare parte integrante del concerto, tutti calati in uno spirito di amicizia e condivisione, accomunati dalla Bridgewater, ma soprattutto dalla musica nera. E quando Dee Dee è scesa in mezzo in sala cantando “I can’t get next to you”, un successo di Al Green, avvicinandosi agli spettatori, guardandoli negli occhi, stringendo loro le mani, sedendosi accanto, si è creato un momento di grande familiarità. Ma non è tutto. Tra un blues e l’altro, quando proprio non si riusciva a stare seduti, c’è stato modo anche di ballare, in piedi al proprio posto, spontaneamente, a battere il ritmo o a sottolineare i vocalizzi. Il concerto si è trasformato in una splendida festa naturale.
Note pulite, levigate, senza incrinature; niente grandi virtuosismi jazz e be-pop, ma ruggiti e sussurri, elevazioni e scat sing spesso in duetti strepitosi ora con Bryant Lockhart (sax), ora con Barry Campbell (bass), più spesso con Charlton Johnson, eccellente chitarrista che ha raccolto applausi a scena aperta. La voce della Bridgewater arriva diretta tra blues, funky, groove, swing: “The Thrill Is Gone” di B.B. King è un capolavoro, come “Try a Little Tenderness” di Otis Redding, “Don’t Be Cruel” di Presley, “B.A.B.Y.” di Isaac Hayes. “I Can’t Stand the Rain” di Ann Peebles portata al successo di Tina Turner, fino “Take my Hand, Precious Lord”, celebre gospel cantato anche da Elvis Presley e Mahalia Jackson. Tutto è sanguigno, vibrante: buone vibrazioni di corde, di fiati, di tasti, di tamburi, di corde vocali.
Si arriva al bis. C’è una sorpresa, dice Dee Dee: e attacca “Respect” di Aretha Franklin, da poco scomparsa, e nell’euforia è anche giustificata una lacrima. Poi “Purple Rain” di Prince, altro grande scomparso: si accendono le lucine dei telefonini (non più gli accendini) per una silenziosa standing ovation. Grandi emozioni.
Se è difficile per chi scrive dimenticare la partecipazione a Sanremo della Bridgewater nel 1989 con Ray Charles, più difficile ancora sarà dimenticare questo concerto.




















