Dopo la clamorosa, e sonante, sconfitta nel Clásico contro il Barcellona (manita dei blaugrana) il Real Madrid era una barca alla deriva. Sconfitte e prestazioni scialbe, in Spagna come in Europa, un Lopetegui sempre più in bilico e alla fine esonerato. A metterci la faccia, come sempre in questi casi, è stato il capitano Sergio Ramos. “Ho sempre avuto un buon rapporto con tutti gli allenatori ma è meglio restare fuori da questi discorsi perché sono situazioni delicate – ha spiegato dopo i cinque gol del Barcellona – Nuovo allenatore? Il rispetto si conquista e non si impone, ci sono diversi tecnici con i quali abbiamo vinto titoli. La gestione dello spogliatoio è più importante rispetto alla conoscenza di un allenatore“.

Un messaggio in codice, un avviso chiaro e diretto ad Antonio Conte, candidato numero uno per almeno un paio di giorni alla panchina dei blancos. A schierarsi contro l’italiano, però, e a decidere di virare sulla soluzione interna di Santiago Solari, sono stati i senatori dello spogliatoio, in particolar modo proprio il capitano, che aveva chiesto referenze e consigli sull’ex tecnico della Juventus ai suoi due compagni di nazionale Alvaro Morata e Diego Costa. Due che hanno ancora il dente avvelenato per il loro rapporto, complicatissimo, con Antonio Conte.

Un personaggio scomodo, sicuramente antipatico per gli altri, come aveva apertamente ammesso a più riprese: “Sono antipatico perché vinco” era la sua fase proverbiale, seguita da “impossibile essere vincenti senza essere antipatici, almeno in Italia. Le gelosie e le invidie sono inevitabili – come affermava nel 2013 – non succederà mai: è difficile vedere un vincente simpatico“. A quanto pare non solo in Italia, dove detiene quasi tutti i record possibili: punti in campionato (102, nel 2013-2014), punti in casa, partite senza sconfitte, minor numero di partite perse (0 nella stagione 2011-2012), media di più punti a partita.

Un motivatore incredibile, un vero e proprio mental coach. Basti pensare all’avventura sulla panchina della nazionale italiana, ad Euro 2016: sbattuti fuori solo ai quarti di finale, solo ai rigori, solo dalla Germania campione del mondo. Era l’Italia di Giaccherini e Pellè, il fenomeno sedeva in panchina: fu il cemento di Antonio Conte a mettere una pezza alla crisi di talenti del calcio nostrano. Mago nella gestione della rosa, abile a tenere tutti sulle spine, a concedere a tutti una possibilità. Forse con un unico, grande, neo, l’unica grande pecca: le coppe. La Juventus dei miracoli, quella del 2013-2014, uscì dalla fase a gironi della Champions contro il Galatasaray e non riuscì ad arrivare in fondo neppure in Europa League, venendo sbattuta fuori dal Benfica in semifinale.

Ma Conte è così, il suo è un pacchetto completo: prendere o lasciare. Pregi e difetti, virtù e vizi. E in Italia c’è chi pagherebbe oro per averlo sulla propria panchina. Se il Real Madrid lo ha snobbato (il sogno, neanche troppo velato, di Florentino Perez è José Mourinho, in rotta con il Manchester United), in Serie A tifosi e calciatori sognano. Soprattutto quelli di Roma e Milan. Se una delle due non dovesse centrare l’obiettivo Champions, sarà rivoluzione. E chissà che Antonio Conte non possa trovare una nuova sfida.

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Redazione
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