La più potente arma di distrazione di massa italiana, dopo i congiuntivi di Di Maio e il brancaleonico “nero periglio che viene dal mare” di Salvini, è tornata in azione. Caricato a molla dalle solite polemiche nazional-popolari, il Festival di Sanremo ha squillato le trombe alle 20:48 di ieri sera, svelando un mega palco sovrastato da un muro di led, un Claudio Baglioni visibilmente incartapecorito come Robert Redford e una coppia di comici come Claudio Bisio e Virginia Raffaele che, alla fine dei conti, hanno retto la baracca in queste prime ore senza infamia e senza lode, a parte un paio di guizzi di cui parleremo dopo.

Il pistolotto iniziale del direttore artistico meriterebbe una parafrasi manco fosse un canto del Purgatorio, ma questo è Baglioni da “Io sono qui” in poi e, perdonate la presa di posizione, è impossibile parlarne troppo male: è e resta un personaggio dall’indubbia classe ed eleganza, anche quando si ricorda di aver fatto “Anima mia” e “L’ultimo valzer” con Fazio e di aver cantato “Ufo Robot” e “Sandokan”, e allora tira fuori la filastrocca dei coccodrilli. Vabbè, l’operazione simpatia gli riesce sempre anche se, ogni tanto, spara qualche cartuccia ribadendo che non sa se questa sarà l’ultima volta (non per causa sua) che calcherà quel palco.

24 cantanti in gara, poche emozioni

Ci sono 24 cantanti da sfornare e i tempi sono stretti. A conti fatti, quasi la metà delle canzoni non si sa come siano approdate all’Ariston per quanto siano insulse e prive di mordente, tutta carne sulla brace per Antonio Ricci e le sue inchieste sui presunti conflitti di interesse discografici.

Come se non bastasse, i tecnici del suono sono latitanti e, così, buona parte delle esecuzioni sono vocalmente sovrastate dagli strumenti. Forse questa sera le cose andranno meglio, magari hanno assunto i fonici dello spot di “Adrian”.

I più penalizzati dall’Amplifon Gate sono i primi due cantanti, Renga e Nino D’angelo. Praticamente impossibile capire il testo delle loro canzoni anche se, viene il dubbio, che con il buon Nino la situazione non migliorerà comunque. Con Nek le cose sembrano andar meglio come con la sua cura criogenica: è come un Higlander, non cambia mai aspetto, come le sue canzoni.

Il premio della critica sembra essere già assegnato ai Zen Circus, con un testo duro e crudo, lungo quel tanto per far venire il mal di testa. Gli intellettualoidi ringraziano, anche quest’anno possono dire che “la canzone migliore non ha vinto perchè non è stata capita”.

Per la gioia delle nonne e delle mamme (oltre che delle adolescenti in piena crisi ormonale), i tre del Volo sfornano l’ennesima roba che fa venire voglia di cambiare canale su un film di Steven Seagal. Apice assoluto il loro “Siamo sole in un giorno di pioggia”. Premio Graziealcazzo dietro l’angolo. Per fortuna arriva Loredana Bertè, come l’enterogermina dopo una settimana di diarrea: meravigliosa nel suo vestito tipo raccolta indifferenziata, spettacolare con la sua canzone. Non vince ma… diamine! Questa signora è rock!

Bocelli arriva e duetta con Baglioni, standing ovation istituzionale. Arriva pure il figlio Matteo e scatta un secondo duetto, dopo avergli regalato la giacca di pelle con cui aveva debuttato a Sanremo. Un altro Matteo che non vede l’ora di infilarsi una giacca non sua…

Il primo apice musicale della gara arriva con Daniele Silvestri, uno di quei geni della musica italiana che sa come farti sorridere ma anche devastare l’anima. Un rap impegnato, melodia azzeccatissima: podio sicuro.

Sull’immigrazione la difesa d’ufficio di Bisio per Baglioni

Bisio parafrasa le canzoni di Baglioni spacciandole per temi sull’immigrazione. Divertimento puro con quella punta di amarezza, anche se i soliti decerebrati vedono una battuta razzista in “quelli che mescolano il pentolone cantando Hakuna Matata”. Cari idioti, quello non è razzismo, quello è sottolineare come MOLTE persone vedono i popoli africani. Se non ci arrivate siete i primi razzisti.

Da qui in poi pochissimi acuti, uno fra tutti Simone Cristicchi. Qui ci sarebbe da scrivere un libro intero, un testo meraviglioso e una musica ai limiti della perfezione. Lacrime a fiumi, voce stupenda, pelle d’oca. Se non vince, qualcuno dovrebbe infilarsi un gilet e sfondare l’Ariston.

Paola Turci porta tutta la sua bravura e stile sul palco, Arisa spiazza partendo con una delle sue solite lagne per svoltare dopo qualche decina di secondi in una brano quasi disco (mica male), i Nergrita fanno quello che gli riesce meglio, ovvero i Negrita. I Mahmood vestiti da facchini del Grand Hotel Budapest regalano un brano divertente e ritmato, Patty Pravo i versione capelli da Predator si fa accompagnare (letteralmente) da Briga in smoking in un brano old-fashon, uno di quelli che porti a Sanremo perchè sai che sei un’istituzione e per forza ti prendono comunque vada. Anna Tatangelo è bona, per il resto non frega nulla a nessuno se canta delle sue beghe d’amore con Gigi. Nel restante mare dei talentuosi teen affogano i vari Achille Lauro, Einar, Ghemon e Irama: tranquilli ragazzi, col reddito di cittadinanza siete sistemati per un paio d’anni, la musica non fa per voi.

Cosa resta alla fine di questa prima serata?

Sanremo, puro, come quello dell’anno scorso. Certo, Motta in versione Syd Barret con lo sguardo catatonico è quel tocco horror che non ti aspetti, anche se la sua esibizione era più da saltimbanco. Ma tutto il resto è caos calmo, Giorgia e Favino superospiti che assolvono al loro compito per la gioia di tutte le donne romantiche o con la bava alla bocca, una Virgina Raffaele che, almeno per questa sera, ha abbandonato le sue imitazioni in cui molti speravano. Salvo poi sparare una minchiata di quelle epiche mentre afferma “Salutiamo i Casamonica!”. Pastone buono per le polemiche, grazie Virginia.

Aspettiamo la fine, sabato, per capire cosa ci lascerà questa sessantanovesima edizione. Restiamo in stand-by e speriamo solo che, da stasera in poi, l’audio sia finalmente decente.

Non per tutti, per carità!

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