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Ci sono tre modi per recensire un film, al netto di quanto una recensione possa essere oggettiva: sfoggiando una saccenza autocelebrativa incentrata sulla conoscenza del cinema o esaltandosi o indignandosi senza freni. Il terzo modo va oltre e si concentra essenzialmente sul lasciarsi andare, farsi travolgere e, solo dopo una notte o due di riflessione, elaborare un’opinione. Questo metodo dovrebbe essere applicato per alcuni cineasti, ad esempio David Lynch, Terence Malik e Quentin Tarantino. Così diversi tra loro, tecnicamente e narrativamente, ma capaci di trascinare lo spettatore meno distratto in un vortice di emozioni e apparente illogicità narrativa.
Dopo questa premessa doverosa la domanda è: cosa diamine è “C’era una volta a Hollywood”?
La prima risposta, quella più diretta, è che sicuramente non è il miglior film di Tarantino. Non siamo ai livelli narrativi di “Bastardi senza gloria” o “Jackie Brown”, non siamo vicini alla genialità di “Pulp Fiction” o “Le iene”. Ma siamo ben lontani, fortunatamente, dalla noia e piattezza di “A prova di morte”. Il nono film del geniaccio di Knoxville è un nuovo tassello (forse il penultimo) del grandioso puzzle che compone l’amore viscerale di Quentin per la macchina da presa e tutto quel che produce, dai telefilm agli spaghetti western, il pezzo più strabordante di sentimento e venerazione per il mondo di celluloide. Che, per quanto i soliti filosofi e intellettuali ci vedano temi come “il doppio” o “il riscatto degli ultimi” trattati magistralmente o come un bambino viziato (a seconda dei punti d vista), è un gran bel film ma non il Film.
La trama
La storia è quella di un attore un tempo sulla cresta dell’onda (Leonardo Di Caprio) e del suo stuntman (Brad Pitt) che, attraverso un’amicizia in cui il secondo consola è sprona il primo nella speranza neanche troppo velata di poter tornare a lavorare grazie al rilancio della star. Tutto questo nell’estate del ’69, quella del massacro di Cielo Drive per mano della Manson Family e dove, nella finzione tarantiniana, Sharon Tate è proprio la vicina di casa di Di Caprio. Rivelare il colpo di genio revisionista sarebbe da carogne, certo è che per arrivarci lo spettatore deve armarsi di pazienza e, per almeno due ore, dimenticare il cliché che narra della brutalità esasperata di Tarantino ogni quarto d’ora.
Che le cose siano cambiate come in “The Hateful Eight”, dove il sangue comincia a sgorgare senza sosta solo nel finale, è chiaro da uno dei momenti più divertenti e carichi di tensione del film, quando in un flashback assistiamo agli istante prima della morte “accidentale” della moglie d Pitt (quella fiocina in bella mostra mentre la petulante consorte minaccia il divorzio fa tifare lo spettatore). Ma quel colpo non lo vedremo ma partire, anche se sappiamo che è partito. Come per dire “Non è ancora il momento per il bagno di sangue, ma vi siete cagati sotto, eh?”. Ecco, emozione. Come è emozionante l’interpretazione di Di Caprio, sicuramente per tutta la pellicola, ma che raggiunge il suo apice durante il film nel film e la scena del Western con il Leonardo cattivo che minaccia una ragazzina con la pistola alla tempia. E quella bambina che, alla fine, si complimenta per l’interpretazione spingendo la star a lacrimare di gioia e ritrovata consapevolezza (temporanea) è forse il momento più bello, intenso e commovente di tutto il film.
La cosa che più colpisce è l’ennesima cura dei dettagli del periodo storico, dei fatti anche se poi verranno stravolti. Una sorta di dimensione parallela in cui, come in “BSS”, la storia procede fedele fino allo sconvolgimento, come detto prima. E tutto è dannatamente plausibile, un “what if? “ logico e lineare, che davvero ci fa domandare e riflettere come la storia possa cambiare se gli uomini giusti si trovassero nel posto giusto al momento giusto. In questo caso, non applaudiamo perché Hitler è arrostito in un cinema ma per la dolcezza e la speranza di un finale clamorosamente profondo nella sua semplicità, tutto giocato sull’espressione e la voce di Di Caprio. Mentre Pitt si aggira, a differenza del suo alter ego depresso e alcolizzato, nel pericolo mascherato dalla libertà di essere un poveraccio che non ha nulla da perdere ma che sa dannatamente bene quanto possa cavarsela. La sequenza nel ranch della Manson Family è spettacolare, divertente e terrificante allo stesso tempo. Una dicotomia chiarissima tra le luci di Hollywood e l’annientamento che può portare “l’uscire da quel giro” e le tenebre del male, quelle dove gli ultimi si rifugiano nella violenza, o per distruggere o per difendersi. Due facce del mondo dorato del cinema, dove se non sei nulla devi imparare a nuotare al largo per sopravvivere.
La terra di mezzo è occupata da Sharon Tate, una meravigliosa e spaesata Margot Robbie (quando Charlize Theron insegna che, oltre che bellissima, sei anche una strepitosa attrice). Sharon è glamour ma non capricciosa, forse senza un gran talento ma non spaccona e in cerca di disperata fama e un marito muscoloso e bellissimo. È sposata con Polanski e, dopo, aspetta un bambino. Ma va al cinema per guardare il suo film e assistere alla reazione del pubblico, sorridendo come una bambina. Quasi pura in totale contrasto con la melma della mecca del cinema. Una specie di ancora di salvataggio che ci solleva l’anima ma ci fa impazzire di rabbia sapendo come (nella realtà) sono andate realmente le cose.
Tecnicamente, Tarantino è sempre ineccepibile
Non mancano i suoi marchi di fabbrica come il feticismo per i piedi ben esposti sia sul cruscotto di una macchina, sia sulla poltrona di una sala cinematografica. Fino all’autocitazione per cinefili puri con il dolly che segue la macchina di Pitt mentre passa accanto ad un drive in per tornare alla sua roulotte (lo stesso geniale movimento che incornicia l’esecuzione di Baumount in “Jakie Brown”) E qui siamo oltre la macchina da presa nel cofano o la Mexican stand. Registicamente potrebbe puntare all’Oscar fin qui negatogli, vedremo. Alla fine ha realizzato il suo sogno, per sua stessa ammissione, una lettera d’amore al cinema, scritta durante il periodo d’oro, quello che lui guardava con gli occhi di un ragazzino. Tutto luccicante e trendy ma con tantissimo dramma nelle pieghe. E quell’esplosione di violenza nel finale, per quanto come sempre assurda e barbara, è un pugno allo stomaco che fa rinvenire lo spettatore da un neanche tanto sottile torpore che lo ha accompagnato per tutto il film. Che sembra quasi mai decollare fin quando non ci si rende conto che questo è un film su molti film che parla di chi fa film. E che ogni segmento ha una sua personale conclusione, come piccoli capitoli (altro segno tarantiniana). Stavolta Tarantino non ha usato le didascalie per dirci “questo è il capitolo 1, 2, 3 e parlerò di… Questa volta ha spiazzato tutti per far penetrare lo spettatore nella storia senza interruzioni, stratificando tutto e accompagnandoci senza tenerci per mano. Quasi a significare che davvero questo film è stato girato in primis per lui.
Cinema puro, talvolta lento ma sincero. Con attori meravigliosi e affiatati, dialoghi sinceri e senza i soliti fronzoli, quindi più umani. Un film da rivedere più volte per coglierne ogni piccola sfumatura nascosta. Che poi, è il bello del cinema.
Post scriptum
Non andatevene durante i titoli di coda. Le sigarette Red Apple sono tornate…




















