Andiamo verso una nuova “alfabetizzazione digitale” che permetterà permanentemente, anche dopo la pandemia, di seguire gli step di selezione del personale in azienda ed inserimento, in esclusiva via telematica. Linkedin, Accenture Italia, sono già ben avviati dentro questo processo, e tante altre realtà si stanno uniformando.
Skype, Teams, Zoom, sono le nuove televisioni in cui va in onda la nostra vita. In un articolo del corriere.it si parla di “empatia digitale” o “digitalizzazione empatica”, e che “le distanze fisiche hanno intensificato le relazioni umane”.
Concetti abbastanza forti, forse estranei alla nostra comune esperienza di questi mesi, tra le novità positive ci sarebbe la possibilità di lasciare nella “comfort zone di casa” i candidati per un posto di lavoro, tranquillizzandoli e facendoli sentire a proprio agio.
È chiaro che la società ci sta spingendo verso percorsi di disgregazione sociale, o comunque, moltiplica le chance di non muoverci dal divano. Ma davvero una persona senza interazioni umane, senza strette di mano, senza sguardi, senza confronti, può sviluppare sé stessa? Internet, lo schermo, il monitor, ci tengono chiusi in una bolla di filtraggio.
Entrare in un bar, cenare in un ristorante, fare un viaggio, incontrare i fornitori, girare le città ed il Mondo, sono co-fattori essenziali di crescita, di scoperta, di apertura mentale, non esiste nessun’altra via per maturare il proprio Io – se non sperimentandosi, sfidando i nostri limiti, mettendoci alla prova.
Oltre alle ovvie implicazioni economiche di tutto questo, prima si diceva che aprendo una fabbrica farai sì che spontaneamente si apriranno supermercati, tavole calde e bar lì intorno. Alla stessa maniera, chiudendo i luoghi di lavoro e implementando lo smart working a tutto spiano, spariranno molte attività di servizio, ristorazione e convivio.











